IL MISTERO DI DIO
(Es 34,4-6.8-9; 2Cor 13,11-13; Gv 3,16-18)
La realtà divina è quella che l’uomo non potrà mai abbracciare. Tutti i suoi tentativi sono destinati a fallire. Il giudaismo si è arroccato su un rigido monoteismo e non ha avuto pienamente ragione. Gesù ha ricordato che Dio è soprattutto amore, che vi è quindi anche in lui un riferimento interpersonale; l’amore non è ripiegamento su se stessi, narcisismo, postula sempre un «altro» su cui riversarsi. Il Nuovo Testamento parla del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo ma non si pronuncia sulla loro identità, referenzialità, natura. I teologi hanno fatto al riguardo molte affermazioni, ma non sempre le più appropriate. La preoccupazione di risolvere i problemi di Dio è sempre la più improba che l’uomo si possa assumere. Gesù invita a guardare al Padre, al suo Spirito e più direttamente ancora alla realtà del figlio, ma senza pretendere di sapere con esattezza ciò che tali designazioni racchiudono. La fede chiede di arrestarsi al fatto, rinviando ad altri tempi l’eventuale spiegazione.
Prima lettura: «Il Signore passò davanti a lui» (Es 34,6)
Il brano di Es 34,4-9 fa parte del libro dell’alleanza (Es 19,2-40,38) e ritrae uno dei momenti culminanti dell’esperienza religiosa di Mosè: il suo incontro «faccia a faccia» con Dio (cfr. Dt 34,10). Il profeta aveva chiesto di poter «contemplare la sua gloria» (33,18) e la risposta divina era stata favorevole.
L’uomo sale, Dio scende: è un paradigma d’obbligo. Jahvé è inaccessibile; non può apparire mai direttamente (33,20) per questo è avvolto dalla nube, l’aureola esclusiva della sua maestà. Il libro dell’Esodo lo ricorda frequentemente (cfr. la nube che accompagna la colonna dei profughi o riposa sopra il tabernacolo).
Il passaggio di Dio è impercettibile; occorre che qualcuno, mentre egli sopraggiunge, scandisca gli attributi più idonei a ritrarre la sua misteriosa realtà. Essi sono: la misericordia (hesed: bontà verso i poveri, i miseri, i peccatori ecc.), la pietà (éleos: compassione), la grazia (hen: benevolenza, generosità), la fedeltà (emet: lealtà alle sue promesse).
La reazione di Mosè è quella di tutti i «veggenti» (cfr. Dan 10,9; Mt 17,6). La richiesta più ardita è: «Che il Signore cammini in mezzo a noi», ma occorre che prima il popolo si purifichi delle sue colpe. È un nesso inscindibile. Israele può tornare così ad essere la porzione o il popolo eletto di Jahvé (cfr. Es 19,5).
La definizione divina di Es 34,6 è tra le più confortevoli di tutta la Bibbia. Essa anticipa la rivelazione della sua paternità che è il messaggio centrale del Nuovo Testamento. Gli atteggiamenti di Dio sono in antitesi con le istintività umane. L’uomo è «giusto», cioè severo, vendicativo, esigente, intollerante; Dio è misericordioso, compassionevole, clemente, indulgente, longanime. Egli è l’essere che sa ispirare fiducia, comprensione, amore: per questo Mosè lo invita a «scendere» in mezzo al suo popolo.
La «presenza di Dio» in mezzo a Israele è un tentativo di esplicitare il contenuto dell’alleanza. Se Jahvé ha scelto di essere il socio d’Israele occorre che egli si trovi sempre a suo fianco per sostenerlo nei suoi molteplici impegni.
Seconda lettura: «La grazia… l’amore… la comunione» (2Cor 13,13)
La conclusione della Seconda Lettera ai Corinti si pone sulla prospettiva della comunione ecclesiale e della «vita trinitaria».
I credenti compongono tra di loro una nuova famiglia. Sono infatti «fratelli», per questo debbono essere contenti e tendere con sollecitudine alla «perfezione», la quale non è un astrattismo ma è la concordia e l’amore reciproco. Una famiglia è a posto quando regna tra i suoi membri l’armonia, la pace, vige il vicendevole aiuto e l’interessamento. Le difficoltà non mancano mai, ma nella capacità di accoglienza reciproca, nel coraggio che uno infonde all’altro c’è la possibilità, la sicurezza di andare avanti.
La comunità ecclesiale non è una cellula avulsa dalle altre sparse nel mondo, ma aperta a «tutte»: per questo Paolo ricorda ai Corinti il legame che debbono sentire con i fratelli delle altre chiese. Paolo non fa accenno alla «fede» ma la rievoca indirettamente nella «benedizione finale» con cui augura ai fedeli «grazia», «amore» e «comunione» con Gesù, con Dio e con lo Spirito. La «grazia» richiama i favori, i doni che Gesù risorto (Signore) spande costantemente sulla chiesa. I fedeli sono salvi in virtù della sua morte e ogni volta che avanza il piano della redenzione è sempre all’opera di Cristo che si deve far capo.
Se Gesù è il salvatore, all’origine del disegno salvifico vi è sempre l’amore, la carità, la «benevolenza» (eudokia) di Dio Padre, da cui tutto dipende. Dio è la carità increata di cui Gesù Cristo è l’espressione nel tempo e nella storia.
La carità è in Dio, ma quando scende, si diffonde, si espande in mezzo agli uomini, prende nel Vecchio, ma soprattutto nel Nuovo Testamento, un nome particolare: lo Spirito. Il termine che è sinonimo di «soffio», «vento» vuol ricordare la potenza, la capacità penetrativa e coinvolgente dell’amore divino. Il Dio della Bibbia non è il motore immobile dei filosofi, distante e distaccato dal mondo degli uomini, ma presente nelle profondità dei cuori e delle coscienze e tutto pervade, avvolge con la sua virtù vivificante. La sua azione è sempre benefica, apportatrice di lumi e di consolazioni perché egli è «santo»: espressione cioè della stessa perfezione divina.
L’augurio dell’apostolo non poteva essere più pertinente.
Vangelo: «Il suo figlio unigenito» (Gv 3,16) vedi Lectio
Il tema del colloquio di Gesù con Nicodemo è la «nuova nascita» o ingresso nel regno di Dio, che si attua mediante l’«acqua e lo Spirito» (vv. 5-6), ma, viene precisato nella presente pericope, anche in base alla fede che deve precedere qualsiasi passo o gesto dell’uomo nel cammino della salvezza. «Credere nel figlio di Dio» non significa soltanto accettare la sua realtà totale, ma stabilire con lui un rapporto, una comunione vitale. Colui che crede, dice Paolo, ha acquistato il «sensus Christi», il suo modo di pensare e quindi di agire (cfr. 1Cor 2,16); ha fatto accoglienza cioè alla vita divina che circola dal Padre, al figlio, fino ai «fratelli» di cui Gesù è, in questo caso, il «primogenito» (Rm 8,29).
Il grado di amore di Dio per il mondo (umano), illustrato dalla sua parola (Logos), è dimostrato concretamente o storicamente tramite l’incarnazione del figlio. Gesù è veramente il dono di Dio agli uomini perché attraverso la sua morte (vv. 14-15) si sono ristabiliti i loro rapporti con lui. Accettando la sua opera si può avere nuovamente accesso alla vita eterna (v. 16).
La missione di Cristo è soprattutto salvifica. Egli è venuto ovvero è stato chiamato ad attuare un disegno ordinato esclusivamente al bene degli uomini; non si è preoccupato della condanna di alcuno. Questa è frutto del rifiuto che l’essere ragionevole oppone alla proposta di Dio, fatta attraverso Cristo. E una scelta con disastrose conseguenze, non tanto una diretta azione punitrice di Dio. Il punto discriminante della salvezza o della danna zione per l’uomo è la fede, cioè la sintonia con Dio tramite Cristo. Gesù è l’«unigenito del Padre»; il suo posto nella storia della salvezza, nel riferimento cioè degli uomini a Dio, dipende da questa qualifica. Chi vede me, vede il Padre, può dire per questo a Filippo (14,9).
La mediazione di Cristo è un fatto chiaramente proposto dal testo, anche se la sua interpretazione può rimanere problematica.
«Il mondo» è stato creato per mezzo di lui, è detto nel prologo (1,10), qui viene ribadito che «si salva per mezzo suo» (v. 17). Poco sopra, l’azione di Cristo è paragonata a quella esercitata dal serpente di bronzo innalzato nel deserto (vv. 14-17). Il discorso mette in primo piano la funzione esemplaristica di Cristo Gesù, ma anche causale poiché egli è «la via» ma anche la stessa «vita» (14,6).
L’intero dialogo con Nicodemo rievoca la presenza dello Spirito (vv. 5-6) e del figlio di Dio (vv. 13-18). Il discorso rivela un dinamismo all’interno della vita trinitaria, una molteplicità di manifestazioni, che è difficile mettere in dubbio, ma anche precisare sufficientemente.
Il testo liturgico odierno non si sofferma tanto sulla natura divina, sul mistero da cui è avvolta, quanto sulla sua bontà e carità verso gli uomini. Dio si è manifestato non tanto per svelare chi egli è, ma ciò che egli fa, il suo disegno di bene. Gesù è il figlio, ma insieme o soprattutto il dono per eccellenza fatto agli uomini. In lui, nei suoi comportamenti, essi apprendono quanto Dio sia buono. Salvarsi è credere al bene, attuarlo. L’amore di Dio quando si ritrova espresso in attuazioni storiche concrete è veramente convincente, perciò salvifico.
Conclusione
Gesù è il figlio, i cristiani sono i «figli di Dio» (1,12-13). Non bisogna disgiungere le due affermazioni, per non perdere di vista l’intero progetto di Dio e la mèta ultima dell’uomo.
