LA VERA SAGGEZZA
(Sap 6,12-16; 1Ts 4,13-18; Mt 25,1-13)
Il verbo che ricollega i vari testi è «cercare», «mettersi in movimento», «andare incontro». La sapienza si manifesta «a quelli che la cercano», si pone in cammino per incontrare coloro che «sono degni di lei». Il salmista raccoglie le ansie, i desideri, le brame dell’uomo che ha sete di Dio, lo invoca nelle aridità, nelle angosce, nelle persecuzioni della sua vita e si inebria di lui quando l’ha trovato. La parabola delle «vergini» attesta i due comportamenti che si ritrovano comunemente negli uomini e persino nei credenti: quello della ricerca, dell’attenzione alla verità, al bene, a Cristo e quello della dimenticanza, della negligenza, dell’indifferenza. Paolo sposta l’obiettivo dell’aspettativa e della ricerca proiettando la mente del fedele verso l’incontro con Cristo nei cieli che gli stessi uomini della sua generazione sono chiamati a ricordare.
Prima lettura: «Onorate la sapienza» (Sap 6,21)
La sapienza biblica è sinonimo di verità, dottrina e legge maturate, più che da riflessioni speculative, dall’esperienza quotidiana, sacra e profana. L’evento singolare che sconvolge la storia israelitica è l’alleanza con Dio. L’uomo saggio perciò è colui che cerca di capire questo connubio e di tradurlo nella propria vita. La sapienza diventa la voce della coscienza, la risposta della fede ai problemi di ogni giorno, dei grandi come dei piccoli. In parole più semplici è la voce stessa di Dio, una sua personificazione. Il profeta si esprime in maniera categorica, fa ricorso più al comando che alla persuasione; il sapiente è invece un maestro che conversa con i suoi alunni (discepoli).
L’elogio che la sapienza tesse di se stessa segnala i motivi che suffragano la propria accoglienza da parte degli uomini. Questi hanno le loro doti naturali, soprattutto l’acume dell’intelligenza, ma hanno bisogno di essere sostenuti dal «soffio» della potenza divina e illuminati dai riflessi della sua luce (7,25). La sapienza è tale riflesso, per questo è radiante, non marcisce, come Dio stesso. Per incontrarla occorre più che un grande intendimento, un grande amore alla verità e al bene. .
Dio non aspetta che l’uomo venga a lui, così anche la sapienza: è lei stessa la prima a muoversi incontro all’uomo. Come una donna follemente innamorata passa la notte seduta alla porta del suo prediletto, la sapienza è sempre lei ad aspettare che gli uomini le aprano gli accessi del loro cuore. Pensare, meditare i suoi consigli, passare il tempo a vegliare sulle sue parole è trovare la pace dello spirito. «Le strade» simboleggiano i comportamenti umani; diventano luogo d’incontro con la sapienza quando sono conformi ai suoi dettami. Saggi, nel senso inteso dall’autore, possono essere tutti, non particolarmente i dotti e i sapienti, ritenuti comunemente tali.
Seconda lettura: «Non lasciarvi nell’ignoranza» (1Ts 4,13)
La comunità di Tessalonica è turbata per la sorte dei loro defunti. Che ne è di loro? Che posto avranno nell’imminente trionfo escatologico di Cristo? Il cristiano non deve mai dimenticare, ricorda l’apostolo, che la risurrezione di Cristo comanda ormai anche il destino dei cristiani. È la parola del Signore su cui non sono possibili le tergiversazioni. Su di essa Paolo fa le sue considerazioni personali e, alcune, fallibili (come l’annunzio dell’imminente fine e dell’immediato ricongiungimento dei viventi con i defunti). Lo scenario della parusia e il tempo ad essa assegnato sono ipotetici, ma il passaggio dei defunti alla comunione gioiosa con Cristo e con Dio (risurrezione) è la verità più consolante e più salda di tutto il Nuovo Testamento.
Vangelo: «Stolte e sagge» (Mt 25,2) Vedi Lectio
Il costume nuziale palestinese ha subito una forte variante in questo quadro parabolico. Al posto della sposa l’autore ha posto un gruppo di vergini. «Dieci» è un numero simbolico che sta per la totalità. Sono tutte chiamate ad assumere il ruolo di sposa, ma la fortuna non arride a tutte in egual modo. In partenza sono tutte a parità di condizione: hanno tutte la lampada e tutte sono in attesa dello sposo.
Le lampade che si accendevano in ogni corteo nuziale, simboleggiano qui le disposizioni interiori di coloro che si preparano a diventare spose. Le «vergini» erano tutte invitate ma non tutte hanno la stessa sollecitudine, lo stesso spirito di discernimento e lo stesso amore. Metà sono chiamate «stolte» e metà «sagge». La divisione in due parti eguali ha più un intento didattico che storico, affinché il racconto con il relativo insegnamento possa essere più agevolmente ricordato.
Il gruppo si muove verso la casa dello sposo, il contrario di quanto avviene comunemente. Qui si verifica il primo errore delle vergini stolte: avviandosi, non prendono con sé l’olio. Fuori metafora non sono provvedute di sufficiente coraggio, costanza, forza d’animo, amore per tener desta la propria fede. Lo sposo è fuori del comune; non solo non è andato a prelevar la «sposa», ma non si lascia nemmeno trovare presente al momento del «suo» arrivo. Anzi tarda persino a venire, giunge addirittura nel momento estremo, ormai inaspettato: a mezzanotte. Nella lunga attesa il sonno coglie tutte: segno di stanchezza, ma anche di negligenza e di dimenticanza. .
Al suo arrivo le lampade, che erano rimaste verosimilmente accese, sono tremolanti e stanno per spegnersi. Chi ha la provvista di olio fa presto a rianimarle, come chi ha una forte fede riesce prontamente a riscuotersi da un eventuale momento di torpore. Solo quando la fede si è spenta è difficile riaccenderla. L’olio nessuno è in grado di fornirlo perché nessuno può trasferire in un altro la propria esperienza religiosa, ognuno è tenuto ad acquistarlo di persona, con il proprio impegno e sforzo. L’olio in quanto tale si può trovare anche subito, ma ciò che simboleggia chiede un lungo esercizio, un severo addestramento, molto tempo per entrarne in possesso. E quando questo è stato conseguito la buona occasione è già passata. La «porta sbarrata», le parole dello sposo «Non vi conosco», che rievocano quelle di Gesù ai falsi discepoli (7,23) riempiono l’animo di tremore.
La vita dell’uomo ha un traguardo decisivo e irripetibile: se non si arriva in tempo, può darsi che non si arrivi più.
Conclusione
Il testo sembra ribadire il tema preferito da Matteo, quello del «giudizio», ma occorre chiedersi se è un espediente pastorale per richiamare gli animi a una più fedele accoglienza del vangelo o un annunzio vero e proprio. Potrebbe esser vera l’una e l’altra ipotesi, ma è più probabile che l’evangelista abbia un intento parenetico più che teologico. Invece che un pronunciamento sull’al di là, verosimilmente, si preoccupa di richiamare i credenti alle esigenze della loro vocazione: che essi non si distraggano dal loro ideale ultimo, non si trastullino in cose inutili.
La lezione fondamentale della parabola è che Gesù ama i fedeli con la tenerezza di uno sposo; appunto per questo la sua eventuale permalosità, la irremovibile fermezza, lo sbarramento d’ ogni accesso alla sala del banchetto mal si addicono alla sua persona. Quello che egli esige è che i fedeli ricambino il suo amore con la piena, totale dedizione che egli ha per loro.
