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L’ANSIA DEL GIUSTO

(Ger 20,10-13; Rm 5,12-15; Mt 10,26-33)

Il profeta è per vocazione un uomo contro corrente. «Quando parlo, devo gridare», afferma Geremia (20,8). «La parola del Signore è diventata per me motivo di obbrobrio e di scherno ogni giorno» (20,8). Alle minacce si aggiungono le insidie, gli attacchi; solo la fede in Jahvé e nella validità della propria missione riescono a sostenerlo nell’impresa.

I discepoli di Cristo vanno incontro a una sorte analoga a quella del profeta Geremia. D’altronde non possono pretendere di avere un trattamento differente o migliore di quello del loro maestro, ha promesso Gesù (Mt 10,25).

Non è facile controbattere le manovre dei malvagi perché non si possono adottare le loro stesse armi, per non diventare come uno di loro; bisogna far solo affidamento sull’aiuto di Dio, che non è detto quando giungerà, se nella vita presente o in quella futu­ra, e perseverare sereni nell’attesa.

Prima lettura: «Il Signore è al mio fianco» (Ger 20,11)

Le «confessioni» sono le pagine più commoventi del libro di Geremia (cfr. 12,1-6; 15,10-21; 17,14-18; 18,18-23; 20,7-18). L’uomo chiamato da un villaggio della Giudea nel cuore di Gerusalemme a tu per tu con le classi dirigenti, le autorità del tempio, i nobili, la corte, si sente come sperduto, soprattutto a causa degli annunzi poco consolanti che deve loro trasmettere.

Il potere, quando non può controbattere con la forza della ragione, fa ricorso alla violenza. È una tattica antica; l’autore del Genesi l’attribuisce già a Caino (4,1-8).

Geremia vede insorgere contro di sé «molti»; gli stessi «amici» di una volta. Tutti cercano di coglierlo in flagranza, di attirarlo in una imboscata (v.10), ma il profeta è sicuro del contrario. La «vendetta» (di Dio) si abbatterà su di loro fino a disperderli per sempre. L’allusione all’esilio è evidente.

Geremia è un messaggero di Dio, ma non è ancora un santo del Nuovo Testamento. Egli si compiace della sor­te dei suoi oppositori e invoca addirittura di poter assistere di persona alla loro rovina: una «grazia» che chiede al Signore e, sicuro dell’ascolto, invita i perseguitati, i poveri a intonare un inno di ringraziamento a lui per la vittoria accordata (v.13).

Seconda lettura: «Il peccato è entrato nel mondo» (Rm 5,12)

Paolo è sempre un grande teologo. Le sue preoccupazioni sono meno personali di quelle di Geremia. Il suo tormento è la presenza del male nella storia e nella vita dell’uomo, e gli sembra di averne trovato la genesi in una trasgressione che si confonde con le origini stesse dell’uomo.

L’apostolo non fa che parafrasare il testo di Genesi 3, dove i progenitori, con la loro ribellione, hanno compro­messo le sorti dell’intera famiglia umana. Di fatto Paolo non parla direttamente della colpa delle origini, ma dell’universalità dell’azione salvifica di Cristo (5,1-11) e la illustra con un richiamo all’azione nefasta di Adamo. Come la colpa e il relativo castigo (la morte), da uno è passato a tutti, allo stesso modo da uno è passato alla moltitudine il dono di grazia (v. 15). Qualunque sia stata la colpa e la responsabilità di Adamo su cui l’apo­stolo non ha informazioni, e non indaga, essa è sta­ta cancellata sovrabbondantemente dall’azione salvifica di Cristo. L’umanità è da sempre peccatrice, e in stato di morte, indipendentemente dalle trasgressioni di una legge positiva o mosaica, ciò rivela che esiste una situazione di peccato che precede le libere decisioni dei suoi componenti, ma questo non deve avvilire, né distruggere il credente perché alla caduta è subentrata la grazia e alla morte la vita; lo stato di condanna è diventato uno stato di giustizia.

L’argomentazione può essere valida ma ha forse il torto di aver calcato troppo di nero il tempo prima e fuori del Vangelo (cfr. Rm 1,18-3,20) per dar risalto all’opera di Cristo, che è grande di per se stessa e non ha bisogno di sotterfugi teologici per essere messa in luce.

Vangelo: «Predicatelo sui tetti» (Mt 10,27) vedi Lectio

Il missionario evangelico deve essere fornito di fede e anche di grande coraggio. Occorre tenersi ancorati a Dio e a Cristo, ma anche alla propria coscienza. Se non è più che sicuro delle sue azioni verrà travolto dalle si­tuazioni in cui inevitabilmente verrà a trovarsi.

La tattica di Gesù Cristo è stata a volte accorta per non compromettere in partenza gli sviluppi dell’evangeliz­zazione, o per poterle dare un sufficiente avvio, ma una volta che la sua opera sarà al termine, che non avrà più nulla da temere, il suo messaggio può, anzi deve essere ripetuto con chiarezza e forza davanti a tutti, volenti e nolenti: «dai tetti» è un’iperbole per sottolineare paradossalmente fino a quale grado di pubblicità si deve arri­vare. Anche il Vangelo ha bisogno di campane. Gesù è morto nel sostenere la sua battaglia, ma la morte è stata il passaggio alla vita; la stessa cosa può capitare ai suoi seguaci; essi debbono avere la stessa fede. Anche i lo­ro corpi possono finire in una fossa, ma ciò non segna la fine, bensì il principio di una migliore esistenza.

L’evangelista non è sicuro che tutti convergono con il suo ragionamento se è costretto a fare appello ai possi­bili castighi a cui si può andare incontro nel caso in cui ci si lascia vincere dalla paura. La «geenna» è il deter­rente profetico per antonomasia; rimane tale anche nella predicazione cristiana. Per gli Ebrei la Valle dell’Hinnon era il luogo più orrido che l’immaginazione potesse raffigurarsi. Una volta vi si bruciavano vittime umane, vi si compivano sacrifici idolatrici, alla fine vi si incenerivano rifiuti, per questo il fuoco non si spegneva mai.

Il senso del richiamo è chiaro: il timore di Dio deve prevalere su quello che può infliggere qualsiasi potente terreno. Questi può colpire il corpo, ma Dio può raggiungere anche l’anima, ossia l’intera realtà umana. La «geenna» di Dio è molto più terribile di quella che avevano avanti ai loro occhi i gerosolimitani.

Gesù aveva cercato di sostituire l’immagine del dio giudice con quella del padre, ma i suoi seguaci hanno pre­ferito continuare a riferirsi al vecchio prototipo, considerato più forte e più efficace per piegare le ostilità dei fedeli.

L’evangelista fa appello al timore, ma anche all’amore di Dio. Il tono continua ad essere enfatico, com’è in ge­nere di ogni omiletica. La cura che Dio ha dei suoi “figli” è assidua, attenta, capillare. Gli animali più insigni­ficanti non sono catturati senza il consenso; le parti più secondarie del corpo umano sono pure sotto il suo con­trollo e non permette che vengano danneggiate. Quanto più l’intera persona umana?

Il richiamo alla provvidenza divina è sempre opportuno, ma di essa nessuno conosce le leggi. È vero che Dio sa tutto, ma con ciò non è detto che le cose vadano sempre secondo le sue previsioni e il suo volere. Si potrebbe anche convenire con una simile supposizione, che tutto si muova secondo un piano predisposto dall’alto, ma in una prospettiva a lunga scadenza. Nell’immediato presente la vincono spesso il sopruso e la sopraffazione.

La verità e la giustizia sono destinate il più delle volte ad aspettare per vedere la loro affermazione.

Conclusione

La fiducia in Dio è l’unica garanzia a cui l’uomo possa appigliarsi. Non verrà mai ripetuto a sufficienza, ma non autorizza a pensare a soluzioni automatiche o magiche delle situazioni erronee che si riscontrano nel cammi­no della storia umana.

La pazienza di Dio è sempre grande, come la sua longanimità, bontà, capacità di attesa, solo che ha creato l’uomo libero e rispetta le sue decisioni, i suoi limiti, la sua lentezza. I cambiamenti della storia e delle coscienze non avvengono miracolosamente ma attraverso una lenta conversione interiore di quanti sono chiamati ·a colla­borare al suo progetto.

Credere è sapere aspettare con la ferma convinzione che il bene trionferà, ma rinunciando alle scadenze, soprat­tutto improvvise e immediate.