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IL PARADOSSO CRISTIANO

(Zac 9,9-10; Rm 8,9.11-13; Mt 11,25-30)

L’agire divino non ricalca modelli umani; non si attiene ai suggerimenti, né viene incontro alla proposta degli uomini, ma ha un suo percorso singolare, del tutto contrario alla più elementare logica dell’essere creato.

Il messia, il liberatore d’Israele a sua volta fa il suo ingresso nella nazione, non con la veste di un terribile conquistatore ma di un re pacifico. Gesù commenta con piacere il rigetto della sua persona e del suo messaggio da parte dei ben pensanti del suo paese e dell’accoglienza che ha avuto presso i semplici e gli analfabeti. In ciò egli trova un segnale della predilezione divina.

L’apostolo Paolo invita il cristiano ad accantonare «le opere del corpo», anche se sono irrinunciabili, per far spazio a quelle dello Spirito.

Prima lettura: «L’arco di guerra sarà spezzato» (Zac 9,10)

La strada della salvezza non ha trovato subito il sentiero giusto. Israele ha creduto che Dio volesse instaurare il suo regno gareggiando con le istituzioni della terra e che il messia dovesse essere l’incarnazione del più prestigioso monarca della sua storia, affermando la sua dominazione da una parte all’altra del globo (messianismo regale). Ma nella generale aspetta­tiva non manca un profeta del dissenso (Zaccaria), L’amara esperienza dell’esilio ha indotto gli uomini ispirati d’Israele a pensare che la salvezza potesse scaturire dalla sofferenza, dal dolore, invece che dal successo e dalla gloria. Come si era prostrati davanti ai Babilonesi, ci si doveva forse umiliare anche davanti a Dio. Invece di far affidamento sul discen­dente davidico, bisognava ripiegare addirittura su un messia povero e umile.

Sulle rovine dell’esilio si era fatto strada una nuova scuola o corrente spirituale, quella dei «poveri di Jahvé». Il testo di Zac 9,9-10 presenta il loro messia che ricalca i loro atteggiamenti, e raccoglie le loro speranze. Egli non emergerà per po­tere o forza, ma per il suo amore alla verità, alla giustizia. Le guerre che i re d’Israele e di Giuda hanno combattuto non hanno dato la prosperità e la tranquillità desiderate; sono solo servite a causare nuovi disastri e da ultimo la fine della na­zione, l’esilio. Il nuovo corso comincerà con una crociata per demolire il mito della guerra. La stessa cavalcatura del futuro liberatore, diversa da quella di un guerriero, rivela la vera natura dei suoi propositi. Il suo regno si estenderà senza eserciti, anzi segnerà la fine di ogni ostilità, poiché le stesse attrezzature belliche saranno distrutte. L’annunzio è talmente parados­sale che la comunità credente non l’ha preso ancora in seria considerazione. La pace è il bene messianico per eccellenza (cfr. Is 9,6,7; Mic 5,5); essa simboleggia il cumulo dei beni di cui l’uomo è destinato a fruire, ma nello stesso tempo se­gnala un ordina­ mento nuovo nei rapporti tra gli uomini e i popoli.

Seconda lettura: «Lo Spirito di Dio abita in voi» (Rm 8,9)

Nell’uomo, anche rigenerato, si alternano per Paolo tendenze contrastanti. La «carne» riassume la limitatezza congenita dell’uomo, la debolezza, la fragilità della sua natura in contrapposizione alla capacità, potenza acquisita nella rinascita battesi­male (spirito). Due appartenenze, quella adamitica e quella di Cristo, tra loro inconciliabili. Una contraddice e nega l’altra. Per l’apostolo la carne è sotto l’influsso del peccato e si esprime sempre in operazioni contrarie al, volere e al disegno di Dio (v. 8). La carne ha una particolare relazione col corpo, come l’ha il peccato con la morte.

«Le opere del corpo» (v. 13) non sono, pertanto, le sensazioni voluttuose, ma le azioni in cui l’uomo si lascia trasportare dal­le emotività istintive e non dalla riflessione e dall’illuminazione dello Spirito. Per Paolo non c’è uno stato naturale indifferente. Anche se c’è teoricamente (ma egli non fa tale distinzione) manca di fatto, per questo chi non si lascia informare dallo Spirito del bene è dominato da quello del male. Il cristiano ha ricevuto lo Spirito, ma non è confermato nella verità, nella giustizia, perché la vecchia appartenenza può sempre riprendere il sopravvento fino a neutralizzare le buone ispirazioni.

Il ragionamento di Paolo è, può darsi, soggettivo, ma rimane sempre vero che l’uomo, compreso il cristiano, può sempre cede­re all’apatia e all’egoismo, scegliere la via del peccato e della morte invece che quella più onerosa del bene, e quindi della vita.

Vangelo: «Cosi è piaciuto a te» (Mt 11,26) vedi Lectio

L’inno cristologico di Mt 11,25-30 è una risposta alle delusioni che la predicazione evangelica andava incontrando fin dalle origini. Il messaggio cristiano trovava accoglienza presso i semplici e gli ignoranti e veniva contestato dai sapienti e dai grandi, dalle persone cioè preparate e colte.

La stessa defezione giudaica non deponeva a favore della verità cristiana. Le ragioni potevano ricercarsi sul piano storico (la singolare interpretazione che Gesù aveva dato alla salvezza, contraria a tutte le attese della sua nazione) e su quello psicolo­gico (la reazione giudaica davanti alla pianificazione operata dal Cristo); l’autore e con lui la comunità ha creduto più sicuro appellarsi alla teologia, cioè a una libera decisione divina. Tutto dipende dal

«beneplacito» di Dio. È lui che accorda agli uni (ai «semplici») di capire e non ad altri (ai «dotti»).

La stessa concezione riaffiora nel discorso parabolico, chiaro per alcuni, ermetico per altri (Mt 13,11-17). Paolo ricorda ai Ro­mani che Dio fa come crede meglio: indurisce il faraone e ammorbidisce il cuore degli israeliti (Rm 9,18). L’autore sacro igno­ra le responsabilità delle cause seconde, che invece bisognerebbe rimettere in primo, piano se si vuol capire il cammino della storia, compresa quella della salvezza. Diversamente tutto diventa incomprensibile, assurdo.

Gli uomini non hanno capito o non hanno voluto capire chi era Gesù, ciò nonostante debbono sapere che egli era l’inviato di Dio, il suo plenipotenziario presso gli uomini. Egli non si è presentato in nome proprio ma del Padre. Il «tutto» che ha avuto in consegna non è la realtà divina, ma il mandato messianico. Gesù non ha fatto e detto nulla di suo, non ha preposto annunzi personali, ma unicamente quello che il Padre gli ha segnalato e manifestato. La via scelta da Gesù era contraria a tut­te le attese e alle aspirazioni degli amici e dei nemici, ma l’evangelista vuole assicurare che egli non si è sbagliato perché l’u­nica fonte di «tutto» il suo agire è il Padre e perché tra lui e il Padre intercorre la più perfetta comunione. La «conoscen­za» piena che il figlio vanta del Padre e viceversa, non è da intendersi tanto sul piano intellettuale quanto vitale. «Conoscere» nel linguaggio biblico significa sperimentare; suppone un allaccio amoroso più che una conformazione mentale, quindi è sino­nimo di interiorità, confidenza, ubbidienza. Se si trattava solo di rapporti conoscitivi (come nel caso di un filosofo) potevano esserci anche abbagli; sono invece affettivi, filiali, è, perciò, difficile, quasi impossibile supporli. Gesù è la voce del Padre pres­so gli uomini; essi possono accedere tranquillamente a lui anche se le sue proposte non sono evidenti.

La «rivelazione» è stata maggiormente accolta dai piccoli e dai semplici, non perché Dio li ha preferiti ma perché è stato loro più facile credergli, abbandonare le loro (inesistenti) «sicurezze» e avventurarsi nella proposta loro fatta.

Gesù è il messia di tutti, in pratica però, l’hanno accolto i poveri, le persone meno qualificate (cfr. 1Cor 1,16-31), per que­sto l’inno si chiude con un appello ad esse (vv. 28-30). Gesù è il nuovo maestro di sapienza che invita i propri uditori ad assumere i comportamenti opportuni per allontanare l’angoscia, la paura dal loro animo. Le sofferenze diventano più legge­re se si sa per­ché e per chi si sopportano. In Gesù gli uomini apprendono che occorre dare il proprio contributo anche one­roso per la costru­zione del regno di Dio, che è il luogo della felicità di tutti. Per questo il giogo è più leggero, perché è sta­to portato prima da lui ed ha finalità ben precise.

Conclusione

Gesù non ha proposto quello che prima non ha egli sperimentato. Egli non ha trovato nulla facile, né la strada additatagli, né gli insuccessi raccolti nel suo cammino, ma si è fidato di colui che l’aveva chiamato: ha creduto alla sua parola e non è rimasto deluso. La sofferenza fisica o morale è sempre amara, ma quando in qualche modo se ne conosce la ragione, può essere ed è realmente più sopportabile.