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LA PAROLA DI DIO

(Is 55,10-11; Rm 8,18-23; Mt 13,1-23)

L’unità delle «Letture» è costituita dal tema della parola che riassume l’attività creatrice di Dio·(Is 55,11; cfr. Gen 1,3-2,4), e l’azione salvifica di Cristo (Vangelo). Essa è benedizione per la terra, è speranza per il cosmo e per l’uomo (Rm 8,18-23). La parola nella Bibbia non è un semplice suono comunicativo di messaggi, è ancor più evento, storia, attuazione di un disegno che viene dall’alto. Con una parola furono creati i cieli, le cose, l’uomo e con una parola sono tenuti all’esistenza (Gen 2,3-24).

Gesù annunzia la parola del regno e invita gli uditori a farle accoglienza (conversione). Ascoltarla, comprenderla, attuarla è il presupposto per conseguire la via nel momento presente e in quello futuro, ma la Parola ha fortunatamente molte vie per giungere al cuore dell’uomo.

Prima lettura: «Uscita dalla mia bocca» (Is 55,11)

Il testo di Isaia 55, 10-11 è una parabola. Il ciclo della pioggia e parallelamente quello della neve aiuta a capire il cammino della parola di Dio. Entrambi compiono uno stesso iter; hanno un comune punto di partenza e di ritorno, ma quello che al profeta interessa sottolineare è che hanno un analogo effetto. La pioggia è benedizione per la terra, per i germogli, i semi, per la vegetazione e una volta che ha assolto questo compito risale in alto, pronta a precipitare nuovamente per portare a termine l’azione iniziata, fino al raccolto’ e oltre («pane»). (v. 10).

Dio non parla invano, ma per rendere nota la sua volontà, per far conoscere le sue decisioni. Egli non coarta la libertà dell’uomo, ma non abdica nemmeno alla propria. Il problema della loro conciliazione rimarrà insoluto, ma il profeta seguendo le concezioni del tempo propende a dare il vantaggio all’azione di Dio. La sua parola opera quello che annunzia, realizza quello che promette e le due metafore, della pioggia e della neve, illustrano tale efficacia. Anch’esse scendono dall’alto come la parola, raggiungono la terra, la compenetrano, la fecondano e sotto i raggi del sole risalgono nuovamente in alto.

Entrambe debbono trasformare la condizione del suolo e degli esseri prima di risalire da dove sono venute. Allo stesso modo la parola di Dio si cala nella storia d’Israele e degli uomini e imprime ad entrambi il corso che desidera. È il messaggio di consolazione che il profeta ha da comunicare ai suoi ascoltatori, ma egli non sa come Dio farà prevalere il suo disegno senza menomare la libertà della creatura.

Seconda lettura: «La creazione stessa attende» (Rm 8,19)

La dimensione cosmica della salvezza non è una notizia sporadica di Paolo. La Bibbia lega la sorte dell’uomo a quella dell’niverso fin dalle prime pagine (Gen 1-3) e lo ribadisce in varie circostanze. Il mondo è destinato a salire con l’uomo, a uscire con lui dal suo stato di imperfezione e di precarietà. Aspettiamo cieli nuovi e una terra nuova, si legge in Is 66,22 (cfr. 2Pt 3,13). Per suffragare quest’attesa Paolo vede il mondo attuale in una condizione di schiavitù e di vanità.

Può darsi che egli pensi a un disordine causato dal peccato o semplicemente ribadisce la condizione imperfetta in cui il mondo si trova rispetto alla meta finale. In tutti i casi non è da sottolineare troppo la «vanità» a cui il mondo è sottoposto, perché può trattarsi di un’opinione personale dell’apostolo. La notizia sicura è che il cammino del cosmo, delle realtà terrene avanza di pari passo con quello dell’uomo preposto alla sua guida. Potrebbe anche qui trattarsi di un genere letterario, quindi di un’affermazione funzionale, ordinata ad annunziare un evento solamente umano, ma i vari riferimenti presenti nell’Antico (Gen 2,8-25; Is 66,22) e Nuovo Testamento (2Pt 3,13; Col 4,15-20; Ef 1,10; Mt 19,28; Ap 21,1) fanno pensare che sia anche questa una notizia. Per Paolo non solo il cosmo avanza verso la sua glorificazione, ma un tale processo è garanzia per l’uomo per attendere con sicurezza la propria. Paolo deve rassicurare i credenti sulla realizzazione integrale del disegno divino; questa è l’ultima prova: con i cristiani è ad aspettare tutto il creato. Un coro immenso di voci che non può essere disatteso. Ma il brano è anche un capitolo della teologia delle realtà terrene, chiamate fin da quaggiù a un cammino di gloria accanto all’uomo. Tutt’altro che perire il mondo va incontro a un superiore destino con l’uomo.

Vangelo: «Usci il seminatore» (Mt 13,3) vedi Lectio

Il seminatore è una figura simbolica; il suo comportamento non è maldestro (sparge il seme anche su terreni inadatti o impreparati), ma rivela la sua fiducia, la generosità che anima la sua operazione, la costanza con cui ripete i suoi gesti anche se infruttuosi. Sembra che getti il seme contemporaneamente su quattro tipi di terreno, potrebbe anche darsi che ripeta la sua operazione sempre sulla stessa terra. Nonostante che sia rimasto ripetutamente deluso; invece di desistere tenta ancora una volta e la sua azione ha frutto.

La lezione che il parabolista propone è evidente: non bisogna disarmare davanti a nessun insuccesso. Bisogna aver fiducia che qualsiasi terreno possa diventare fecondo. Dopo tre tentativi inutili un normale agricoltore si sarebbe arreso, egli persiste. Un seminatore del genere non si incontra tanto facilmente; non è registrato nella storia dell’agricoltura, ma lo è in quella della salvezza.

La chiesa di Matteo ripete la parabola per neutralizzare le delusioni dei suoi missionari e infondere loro coraggio. La liturgia la ripresenta per l’uno e l’altro scopo. Gesù è stato magnanimo nella sua opera evangelizzatrice. Non ha selezionato le zone d’apostolato, non ha omesso di portare l’annunzio a nessun possibile uditore: si è rivolto ai Giudei e ai pagani, ai giusti e ai peccatori nella speranza che un raggio di luce calasse nelle loro menti. Era un’azione ardua, come tale sarà quella di Paolo nel mondo pagano, ma essi non hanno cessato di credere all’efficacia della parola. Il Vangelo è sempre da annunziare, dando al verbo (annunziare) il senso fattivo che gli Ebrei davano alla «parola».

La chiesa di Matteo ha un altro problema da risolvere. Perché la parola di Dio il più delle volte non è accolta? non è quindi efficace? L’evangelista nel rispondere (vv. 10-17) fa ricorso alla teologia, alla Scrittura e infine alla storia (vv. 18-23). La migliore teologia del tempo riteneva che l’accoglienza della parola dipende soprattutto da Dio. E lui che ne accorda la comprensione ad alcuni (agli apostoli) e la nega ad altri (gli avversari) (cfr. Rm 9,18).

Matteo aggiunge una frase attinta da Mc 4,25. Egli dà la comprensione della parola a quelli che «hanno già avuto» una prima iniziazione e la nega a quelli che ne sono privi. Non era un’affermazione più evidente della prima; l’evangelista non si sente di avallarla con la sua autorità, per questo fa appello a un oracolo con cui Isaia preludeva gli insuccessi della sua missione. Anche questi dipendevano da Dio. Matteo tuttavia per dare compimento («affinché») all’oracolo isaiano, sente il bisogno di modificare il testo profetico in cui l’incomprensione della parola è fatta dipendere da un preciso comando divino (6,10), per lasciar posto alla responsabilità degli uditori.

La risposta dell’uomo alla proposta evangelica è il tema della «spiegazione» della parabola (vv. 18-23). In realtà è una nuova composizione in cui viene illustrata non tanto la figura del seminatore, ma la sorte del seme, non tanto la solerzia dell’operaio evangelico, quanto la negligenza degli ascoltatori. Se il vangelo non avanza è perché sono pochi (appena un quarto) gli uomini disinteressati, distaccati, disposti ad accoglierlo. In realtà è vera l’una e l’altra supposizione, occorre l’evangelizzatore convinto ma anche il terreno buono. L’autore però in questo momento pensa più agli ascoltatori. Sono le varie qualità di terreno in cui cade che condizionano l’efficacia della parola. Questa scende su tutti i terreni, ma dipende da essi la sua capacità di rendimento.

Conclusione

L’invito finale a diventare terreno buono, libero dalle spine, dai ruderi o dalle pietre di inciampo vale indistintamente per tutti e non ha bisogno di elucubrazioni per esser compreso, ma solo per essere attuato.