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IL REGNO DI DIO

(1Re 3,5.7-12; Rm 8,28-30; Mt 13,44-52)

Il re Salomone preferisce la sapienza a tutti gli altri beni. Il salmista antepone la parola di Dio, la legge all’oro e all’argento. Il Vangelo segnala uomini che si spropriano di tutti i loro averi per acquistare un tesoro o una perla preziosa (il regno). È il messaggio permanente, la buona notizia che promana dalle odierne «Letture».

Gli autori sacri invitano a distinguere i valori reali da quelli apparenti, a non lasciarsi sedurre dagli uni a discapito degli altri. Il pe­ricolo di finire come i pesci cattivi in fondo al mare ritorna anche qui come una prospettiva parenetica più che un annunzio teologico. È    un richiamo allo scopo di prendere sul serio la proposta di Dio, ripetuta dai suoi portaparola umani.

Prima lettura: «La saggezza nel governare» (1Re 3,10)

La sapienza in Egitto e nel mondo orientale è la prerogativa insostituibile di qualsiasi sovrano, non può esserne privo, perciò, Salomone, il più celebre re d’Israele. Di fatto egli era stato un usurpatore (1Re 1); aveva coperto il suo dispotismo con un manto di sfarzo angariando i suoi sudditi con dazi e tributi (1Re 4,7-27).

Ciò nonostante l’autore vuole che si abbia di lui un ricordo senza ombre. Non conta ciò che era stato, ma quello che avreb­be dovuto essere (idealizzazione).

La storia d’Israele per l’autore sacro è guidata direttamente da Dio. È lui che ha voluto David al posto di Saul, e gli ha dato Salomone per figlio e successore. Il giovane monarca fa appello ora alla sua protezione e assistenza (v. 7), in un’opera impari alle sue forze (v. 8). Egli ha bisogno di sussidi materiali, di danaro e di armi, ma non li chiede a Dio, a lui chiede una virtù che nessun uomo e nessuna scuola può accordargli: la sapienza, che non è acume speculativo, ma conoscenza pratica delle leggi di governo e loro applicazione. Il compito più arduo del re è amministrare la giustizia, evitare abusi e soprusi, vedere il bene e il male con imparzialità e soprattutto trattarli come tali. Nella sua risposta Dio accorda accanto alla sapienza an­che l’intelligenza: la capacità di scrutare la realtà circostante, i segreti della natura, ciò che farà di Salomone uno dei sa­pienti dell’antichità.

La monarchia di diritto divino trova il suo collaudo in questa pagina, ma essa ritrae un dato della comune tradizione orientale, più che una proposta del cielo. Dio è autore della storia, ma lascia all’uomo la responsabilità delle sue scelte.

Seconda lettura: «Primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29)

La salvezza è storica (ricalca l’esperienza di Cristo) e metastorica (proiettata verso la risurrezione). In parte è raggiunta, in parte da raggiungere. Quel che si è già compiuto è un pegno, una caparra di quanto rimane da conseguire. La mèta ultima è la «glori­ficazione», cioè l’avvicinamento alla condizione stessa di Dio, ma è ancora troppo lontana per non vedere insorgere qualche dubbio al riguardo. Paolo rimuove tali incertezze ricordando che Dio fa convergere gli eventi sempre a vantaggio di coloro che lo amano.

È un principio teologico, non un asserto storico. L’amore di Dio è garanzia di riuscita, non eliminazione di qualsiasi deviazio­ne, ritardo, insuccesso. Il disegno ha varie tappe (predestinazione, chiamata, giustificazione, glorificazione), il felice supera­mento di alcune di esse è garanzia, sicurezza per le altre. Quel che Dio ha iniziato, porterà certamente a termine. I verbi sono tutti al passato; per l’apostolo è come se tutto fosse già avvenuto. Il sostantivo “predestinati” non può essere disgiunto dal contesto in cui si trova, dall’ipotetico teocentrismo paolino o meglio biblico.

Il discorso dell’apostolo è accademico; prescinde dalla collaborazione e responsabilità dell’uomo, ma è evidente che anche per lui essa ha tutta la sua portata.

Gesù non è un estraneo alla famiglia umana, ma il primo dei fratelli passato alla nuova vita. Quel che si è verificato in lui, si verificherà senz’altro in tutti gli uomini. Dio non può venire meno alle sue promesse, non può fermarsi a metà strada; se ha portato gli uomini a Cristo li condurrà fin dove è giunto lui (nella gloria del cielo). C’è una sola famiglia umana composta da Cristo e da quelli che lo seguono.

Vangelo: «Il tesoro», «la perla», «la rete» (Mt 13,44.45.47)

Il discorso parabolico di Mt 13 si chiude con una trilogia in cui vengono messi in rilievo lo spirito di iniziativa, il coraggio, la solerzia all’uomo chiamato a collaborare al disegno di Dio.

Il regno è sempre un tesoro, un bene inestimabile, ma non è a vista d’occhio, in superficie, bensì nascosto come si faceva una volta con gli scrigni, i depositi di danaro. Trovarli non era facile, spesso avveniva per pura casualità. Bisogna essere sempre all’erta, vigilanti, non cullarsi sui successi conseguiti, ma cercare ancora. Il sentirsi ricchi o sicuri (e il fariseo della parabola lo era solo di fantasmi: Lc 18,9-14; cfr. Fil 3,8), non è il miglior presupposto per accorgersi del vero tesoro che ancora manca per essere felici. Il regno rappresenta un’alternativa che può mettere in discussione e sovvertire tutto un si­stema di vita. «Quello a cui avevo annesso un gran valore, afferma Paolo, lo reputai un nulla» (Fil 3,7). Tutto ciò che il prota­gonista della parabola aveva accumulato era anch’esso un tesoro valido per trascorrere giorni felici, ma lo sacrifica per entrare in possesso di un altro bene di per sé invisibile e indimostrabile, ma capace di ricolmarlo di «gioia». Si tratta in ul­tima analisi di scegliere tra Dio e mammona (Mt 6,24).

Le vere perle non sono sui banchi dei comuni commercianti. Occorre un’accurata e lunga indagine per giungere a trovarne qualcuna e si richiede una grande rinuncia, persino agli averi, necessari al tenore abituale di vita per acquistarla. La perla ha un valore sicuro ma è un capitale, sul momento, infruttuoso.

Conclusione

La salvezza, il regno è una mèta inappariscente, un traguardo fuori dello spazio, per raggiungerlo si deve correre un alto ri­schio, quello della espropriazione e quindi dell’insicurezza temporale.