LA MENSA DEL SIGNORE
(Is 55,1-3; Rm 8,35.37-39; Mt 14,13-21)
Il banchetto «sapienziale» (Is 55,1-3) è come un antefatto, o un anticipo della refezione miracolosa approntata da Gesù ai discepoli e alla moltitudine nella regione di Cafarnao. Quel che il profeta ha preannunziato si è qui realizzato. La grande cena nel deserto a sua volta prepara l’agape che i cristiani tengono settimanalmente nelle loro assemblee o più ancora la cena eucaristica con cui essa si conclude. Un medesimo banchetto, simbolico o reale, conviviale o liturgico, raccoglie intorno a sé i membri del popolo di Dio di tutti i tempi.
Gesù ha fatto proprio l’invito di Isaia e offre ai suoi seguaci un cibo prodigioso e quindi se stesso quale alimento di vera vita. Dio è buono, afferma il salmista, ma è in Gesù che la sua bontà ha fatto la più convincente trasposizione nella storia.
Prima lettura: «Voi assetati» (Is 55,1)
I cibi che il Signore promette, l’acqua, il latte, il pane sono reali e simbolici. Annunziano il benessere materiale (cfr. Es 3,7) e insieme spirituale che la salvezza è destinata ad apportare (cfr. Pr 9,5-11; Sir 24,19). Anche Isaia passa da un banchetto all’altro. Più che a mangiare gli uomini sono invitati ad avvicinarsi al Signore, ad ascoltare diligentemente la sua parola, a rifocillarvi la propria anima. La «vita» che il profeta promette a chi si accosta alla tavola è quella che Dio accorda (cfr. Dt 30,15-16; Ez 20,11-21). Punto preciso di riferimento sono le promesse fatte a David, anche se sembravano da lungo tempo dimenticate: la venuta del salvatore, la liberazione dai nemici, la pace (cfr. 2Sam 7,8-16; Sal 89,28-38). Finalmente troveranno attuazione, ma non più a beneficio della sola dinastia, bensì di tutto Israele. L’antico patto sarà esteso all’intera nazione. Israele in quanto tale, sarà un popolo missionario. Spetterà a lui pertanto, evidentemente in senso spirituale più che politico, la signoria sulle genti, il compito di attestare ad esse la superiorità del proprio Dio. Le prospettive universalistiche della salvezza (v. 5) si smussano nella prospettiva di un’ipotetica subordinazione delle genti a Israele. Non è una grazia, quindi, fatta ai Gentili, quanto un beneficio, una rivincita accordata ai figli di Abramo. Ma il messaggio di Dio è sempre al di sopra dei veicoli e contorni storici umani che lo trasmettono.
Seconda lettura: «Chi ci separerà da Cristo?» (Rm 8,35)
La fede cristiana è insidiata anche da pericoli esterni, dalle contraddizioni cioè che accompagnano la vita di ogni giorno. Non solo la mèta ultima è lontana e inisperimentabile, quindi causa di ansietà e di preoccupazione, ma anche chi l’attende è fatto oggetto di scherni, di assalti, di condanne. Non bisogna perdere perciò l’orientazione, i punti di riferimento, Dio, Cristo, lo Spirito che vegliano sull’uomo, particolarmente sul credente. La situazione non cambierà, ma il sapere che a qualcuno è nota la verità e che quando vorrà potrà anche farla valere deve essere di conforto.
Paolo allarga la visuale ed elenca tutte le forze che passano attraverso, di fronte, al di sopra o a fianco dell’uomo e tutte le trova impari a competere con Dio che ha ideato il piano della salvezza e che in Gesù Cristo gli ha dato piena attuazione. Gesù è l’anello di congiunzione tra Dio e l’uomo; in lui l’amore di Dio per la creatura ragionevole ha trovato la sua suprema illustrazione. Se uno è riuscito a dare la vita per gli altri, l’amore non è un’utopia, il cristiano, l’uomo, la storia non sono in balia di forze cieche, ma aspetti e momenti di un disegno di bontà che non verrà meno e che non tarderà a svelarsi.
Vangelo: «Date loro voi stessi da mangiare» (Mt 14,15)
Il miracolo della moltiplicazione di pani è quello che ha avuto più risonanza nella tradizione cristiana. Si trova raccontato sei volte nel Nuovo Testamento e Matteo ne ha addirittura due versioni (14,13-21; 15,32-39).
L’aspetto episodico è il meno evidente, ma non può essere per questo dimenticato. Gesù prima di ogni altra cosa si preoccupa della fame di coloro che lo seguono. Davanti a una moltitudine che manca del necessario alimento, non ha altro pensiero che trovare la via per procurarglielo. L’annotazione dell’evangelista «sentì compassione» ritrae un atteggiamento autentico dell’animo di Gesù. Egli non passa indifferente davanti alle sofferenze degli uomini. Il comando «date voi stessi loro da mangiare» (v. 16), che serve a introdurre l’operazione prodigiosa, segnala una volontà che non può essere disattesa. Il finale «tutti mangiarono e furono sazi» conferma questa preoccupazione. Il prodigio si allinea con gesti analoghi compiuti da precedenti protagonisti della storia della salvezza. Anche Mosè aveva provvisto il popolo con un cibo miracoloso (Es 16; Nm 11), la stessa cosa aveva fatto Eliseo (2Re 4,1-7; 42-44), ma Gesù è un taumaturgo ben più grande di loro come appare dal numero delle persone sfamate dall’abbondanza del cibo sopravanzato.
La comunità rilegge il miracolo dei pani mentre si prepara alla celebrazione della cena eucaristica; pian piano una lenta osmosi si va operandosi tra i due eventi. La menzione dell’erba (v. 18) fa pensare alla primavera, quindi alla pasqua; la segnalazione «sul far della sera» (v. 13) ricorda l’ora in cui Gesù si mise a tavola con i dodici nella sua ultima cena pasquale (Mt 26,20). I gesti che compie ora sono letteralmente quelli compiuti nel banchetto di addio con i suoi: «prese i pani», «alzò gli occhi al cielo», «li benedisse», «li spezzò», «li diede ai suoi discepoli» (v. 19: Mt 26,26). Anche qui si parla di frammenti (klasmata) quasi come un’eco della «klasis tau artou» o «fractio panis» di At 2,42; 20,7.
Le preoccupazioni eucaristiche (cfr. Mt 15,36) non attenuano quelle ecclesiali. I «dodici cesti» simboleggiano ormai i dodici apostoli, quali capi del nuovo popolo di Dio (vv. 15-16). Quest’allineamento tra l’antico e il nuovo, tra il passato e il presente, mentre conferma la continuità della linea della salvezza, dà al credente la giusta dimensione della sua fede. Egli celebra la cena del Signore, ripensando agli antefatti che l’hanno preparata e che la illustrano.
Il rassembramento in riva al lago diventa il momento inaugurale dei tempi nuovi. Esso è un assetto strategico oltre che liturgico. Per Marco i partecipanti sono disposti in gruppi di cento e di cinquanta (6,40); Matteo omette di segnalare le donne e i bambini; per la stessa ragione, essi non fanno parte dello schieramento escatologico (dell’esercito) che parte alla conquista della terra.
Conclusione
La refezione nel deserto, anticipo dell’agape cristiana e della cena eucaristica, vede i partecipanti «assisi» gli uni accanto agli altri, in comunione fraterna. È l’immagine della chiesa che l’evangelista si preoccupa di segnalare e di perorare.
Non si può rileggere la moltiplicazione dei pani solo per compiacersi della bontà del Signore. Anche il credente è invitato a moltiplicare il proprio alimento, a condividerlo con chi non ne ha. Continuare, pertanto, a rileggere il miracolo di Gesù senza sforzarsi di alleviare la fame che tormenta la società umana non è celebrare la cena del Signore, direbbe Paolo, ma sottoscrivere la propria condanna (cfr. 1Cor 11,29).
