LA PRESENZA DIVINA
(1Re 19,9a.11-13a; Rm 9,1-5; Mt 14,22-33)
L’annunzio centrale dell’Antico e del Nuovo Testamento è la presenza di Dio nella vita degli uomini e nelle vicende dei popoli. Essa è mite e benefica come una brezza mattutina, ricorda Elia. Israele ne ha fatto una singolare esperienza, ma il salmista supplica Dio che si faccia sentire ancora in mezzo al suo popolo. Il Nuovo Testamento ribadisce il messaggio e aggiunge che accanto a Jahvé lo stesso Gesù avanza con la comunità ecclesiale. La storia è più complessa di quanto appaia e sia dato controllare. Essa ha protagonisti visibili e invisibili, ognuno ha un compito da svolgere; non bisogna dimenticarne nessuno per non perdere la visione della realtà totale.
Prima lettura: «Non era il Signore» (1Re 19,11)
L’Horeb è il Sinai, il luogo dell’esperienza divina per eccellenza. Qui Mosè incontra Dio (Es 3,1-12), riceve la legge (Es 19-20), qui Jahvé stringe l’alleanza con il suo popolo (Es 24). Elia vi giunge come in pellegrinaggio, accompagnato ed assistito dall’angelo del Signore (1 Re 19,1-8).
L’incontro con Dio si ripete anche per lui, ma in un’altra cornice. Riappaiono ancora i vecchi simboli: l’uragano, il terremoto, il fuoco che avevano inquadrato la teofania mosaica (cfr. Es 19,16-19), ma non preannunziano più la presenza di Jahvé. Essa ora è segnalata da una soave brezza mattutina.
Invece di terrificare, conforta e rasserena. Anche Elia aveva creduto di dover impersonare la giustizia di Dio; in suo nome aveva fatto sgozzare quattrocento sacerdoti di Baal (1Re 18,38; cfr. 2Re 1-17), deve imparare a conoscere la vera natura del Dio che si sforza di servire. Egli è giustizia e amore, ma un attributo non cancella l’altro.
Seconda lettura: «Da essi proviene Cristo» (Rm 9,5)
La salvezza è un evento in divenire, sicuro, garantito, si è sforzato di dimostrare Paolo (Rm 8), ma la storia, in pratica la defezione d’Israele, sembrava smentire questa affermazione. L’apostolo proverà a rispondere a quest’obiezione nei capitoli 9-11, intanto non può non riconoscere con afflizione e dolore l’obiettività del richiamo. Egli non tratta con indifferenza il caso dei suoi connazionali, dei suoi consanguinei secondo la carne; preferirebbe, se fosse possibile, essere lui separato (anatema) da Cristo che vedere loro lontani dalla verità.
Le prerogative dei Giudei sono varie e tutte sottolineano la predilezione divina nei loro confronti, predilezione che sembra esser venuta meno nonostante fosse stata annunziata come indipendente dalla risposta dell’uomo. Il vanto d’Israele è di essere popolo primogenito di Dio, custode della sua «dimora», suo alleato, mediatore della legge e delle promesse e sopra ogni altra cosa annovera tra i suoi discendenti Cristo stesso. L’appellativo (Dio) che Paolo attribuisce a Gesù è controverso. Sarebbe l’unico caso in tutto il suo epistolario, come sarebbe l’unico di una dossologia cristologica.
Il tema è quello della fedeltà di Dio che sembra avere avuto una solenne smentita nella storia d’Israele. Il soggetto nascosto del discorso paolino (cfr. 9,6; 11,36) è sempre Dio; per questo non sarebbe illogico supporre che davanti a un eventuale attacco alla sua sapienza e alla sua bontà, prima che la bestemmia affiori, Paolo esce in un’eulogia nei suoi confronti: «Colui che è sopra ogni cosa, Dio, sia benedetto nei secoli. Amen».
Vangelo: «Coraggio, sono io» (Mt 14,27)
Il quadro di Mt 14,22-33 segue il racconto della moltiplicazione dei pani e riflette la situazione che si era creata dopo lo straordinario avvenimento (cfr. Gv 6,14-15). Gesù deve rompere l’incanto disperdendo la folla e prima di tutto facendo allontanare i discepoli che già accarezzavano sogni di grandezza dopo l’inaudito successo.
La fuga nel deserto è per un momento di riflessione e di confronto con il Padre. La preghiera è anche per Gesù un ricorso a Dio. Il cammino comincia ad apparire intricato, i nemici sono venuti allo scoperto (cfr. 12,14), solo il Padre può, se non liberarlo dalla prova, garantirgli la sua assistenza e protezione. Quando l’evangelista scrive, Gesù è nella gloria del cielo, il ricordo del suo ritiro e del suo ricorso alla preghiera è un tacito invito ai suoi seguaci a fare altrettanto. Esso segnala in anticipo la ragione del loro prossimo smarrimento: non avevano pregato.
La «barca» è ormai il simbolo della chiesa (cfr. 8,24). In essa sono raccolti i discepoli di Gesù, sotto la guida di Pietro (cfr. 28). La «traversata» si rivela subito difficile, pericolosa, ma contrariamente a quanto nota Marco non è in vista nessun naufragio. La «notte» è anch’essa una annotazione simbolica. La comunità è sotto le raffiche (i venti avversi) delle persecuzioni e degli sballottamenti interni: la fede si è affievolita, gli animi sono divisi. Gesù è «molti stadi» lontano; ormai è uscito dalla storia, anche se non cessa di essere in mezzo a loro (cfr. Mt 28,20), solo che essi non lo sentono vicino, non pensano, non ricorrono a lui. E quando esce allo scoperto, vuole venire in loro soccorso, credono di essere assaliti da un fantasma.
L’immagine di Gesù (risorto) che cammina (luminoso) nel cuore della notte è il momento culminante del quadro. Egli avanza nel mare della storia a fianco della piccola imbarcazione dov’è raccolta la sua comunità. Occorre però una profonda fede per accorgersi del suo passaggio o della sua presenza, per vederlo, invocarlo. Il dramma di Pietro è il dramma dell’intera Chiesa. Anche quando Gesù ha fatto sentire la sua voce egli stenta a credere, vuole subito una «prova». Il segno è un’esigenza irrinunciabile della fede, ma il miracolo della risurrezione non ha garanzie più valide della parola stessa di Gesù: «Sono io». La prova è lui, solo che all’apostolo non sembra convincente.
Il semi-naufragio di Pietro è di maggior conforto al credente di un miracolo. Ma Gesù, nonostante la diffidenza e la scarsa disponibilità del suo interlocutore, rimane l’amico, il salvatore di tutti e tende ora la mano a Pietro, come prima l’aveva tesa al lebbroso (8,3). Una nuova scena che il pastore d’anime, Matteo, tenta di far imprimere nella mente dei suoi lettori. Gesù è pronto a ripetere un tal gesto verso chiunque ricorre a lui.
Gesù entra finalmente nella «barca-chiesa» tenendo per mano Pietro e con lui torna la calma, la tranquillità nel mare e più ancora negli animi. È la comunità che ha superato la crisi e riprende la traversata verso nuovi lidi (v. 34).
Conclusione
Il discorso è profetico più che narrativo. La fede non risparmia le prove, le difficoltà e le crisi, persino gravi, ma bisogna essere sicuri che «alla fine» (ma anche qui non è questione di successione cronologica) Gesù verrà, si farà vedere, farà cessare le contrarietà, i dissidi e le inimicizie.
Le «prove» che egli potrà offrire della sua presenza e assistenza sono soprattutto la sua parola; egli avanza con gli uomini al di sopra delle «acque» in cui essi navigano, ma lo possono vedere solo quelli che credono. Senza quest’ancora di salvezza il rischio di affondare è sempre vicino.
