LE SCELTE DI DIO REALIZZATE DALL’UOMO
(Is 22,19-23; Rm 11,33-36; Mt 16,13-20)
Le funzioni di governo possono dirsi il tema che accomuna le «Letture». L’Antico Testamento offre uno schema di investitura che illustra quello in corso nel nuovo. Eliakim attraverso gesti simbolici e parole illustrative riceve autorità sull’intera casa di David. Nel Nuovo Testamento Gesù fa ricorso a un’analoga metafora nel conferire a Simone la potestà sulla chiesa. Il salmo responsoriale facendo eco alle parole di Maria (cfr. Lc 1,48), ricorda che il Signore volge lo sguardo verso le persone umili per costituirle sue fiduciarie dimenticando i grandi dell’ora (v. 6). Attraverso la collaborazione dell’uomo Dio porta a compimento la sua azione salvifica (v. 8).
Prima lettura: «Sarà un padre per gli abitanti» (Is 22,21)
Isaia è il profeta maggiormente inserito negli avvenimenti militari e politici del suo paese. Invece che sulle alleanze con i sovrani terreni egli desidererebbe che i re di Giuda facessero affidamento su Jahve; per questo ha condannato il comportamento di Acaz (7,3-13) e interviene ora contro il ministro Sebna (22,15), «sovrintendente del palazzo reale» (v. 25). Al suo posto Dio «chiamerà» Eliakim. Gli consegnerà la sua divisa (tunica tenuta stretta ai fianchi da una fascia) e il suo potere. Il profeta ricorda anche la cerimonia di investitura: sulle spalle del candidato venivano poste le chiavi del palazzo regale a significare che egli ne era il custode. A lui sarebbe spettato aprire e chiudere, controllare l’entrata e l’uscita, permettere o proibire l’accesso al re. In fondo era il punto di collegamento tra il sovrano, i suoi ufficiali e i sudditi. Quello che egli stabiliva era stabilito dal re, quello che egli decideva era egualmente deciso da lui.
Ma il profeta si preoccupa di aggiungere che il suo agire non sarà dispotico, bensì attento, comprensivo come quello di un «padre». Per questo porta il nome di «servo» e non di signore.
Seconda lettura: «Inaccessibili le sue vie» (Rm 11,33)
Paolo ha pensato di raggiungere i misteri della sapienza di Dio quando ha intrecciato la defezione giudaica con la conversione dei Gentili, e ha fatto coincidere il ritorno d’Israele con una rifioritura (risurrezione) della chiesa.
La sapienza e la scienza di Dio sono fuori discussione, ma l’applicazione che l’apostolo fa è, può darsi, soggettiva. Proprio perché la scienza divina è profonda, insondabile, inesauribile, le sue vie sono imperscrutabili all’uomo, anche a Paolo. Il comportamento di Dio verso Israele è per l’apostolo un giudizio di condanna meritato, ma anche qui egli parla secondo le categorie teologiche delle scuole del tempo, presentando un Dio giudice più che amico dell’uomo. Dio è al di sopra di tutte le ipotesi e concezioni umane. Paolo, come ogni israelita, è dominato dal primato dell’essere assoluto, e fa convergere verso di lui, verso la manifestazione della sua gloria, l’esistenza delle creature.
In questa visione sembra che Dio manchi di qualcosa, per questo aspetta il plauso, i tributi degli esseri da lui creati, ma il Nuovo Testamento segnala che egli è un padre preoccupato unicamente del bene dei suoi figli. Per sé non ha bisogno di nulla, tutto quello che chiede è a beneficio della sua opera incentrata nella creazione e nella salvezza dell’uomo.
Vangelo: «La mia Chiesa» (Mt 16,18) Vedi Lectio
Il testo di Mt 16,13-20 è tra i più controversi di tutto il vangelo. L’autore raccoglie insieme due brani, uno comune a Marco (8,27-30) e a Luca (9,18-21), l’altro proprio.
L’interrogatorio di Cesarea di Filippo ha innanzitutto una portata cristologica. Gesù compie un sondaggio sulle convinzioni messianiche della folla e soprattutto dei discepoli, prima di aprire un nuovo capitolo (cfr. v. 21) nella sua predicazione. Matteo parla di «figlio dell’uomo» (cfr. Dn 7,13) al posto del semplice «io» per dare un’inquadratura biblica all’eventuale dibattito.
La gente ritiene Gesù un profeta sulla linea o sullo stampo di Giovanni Battista, di Elia, di Geremia. La risposta di Pietro è diversa nei tre evangelisti: «Tu sei il Cristo» (Mc), «tu sei il Cristo di Dio» (Lc), «tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente» (Mt). Può darsi che, nonostante le varianti, esse si identifichino.
Matteo per la legge del parallelismo ribadisce nella seconda parte (figlio del Dio vivente), quanto è detto nella prima (il Cristo). Si tratterebbe di un’esplicitazione più che di uno sviluppo della medesima dichiarazione.
Il «primo» evangelista aggancia alla risposta di Pietro una contro-risposta di Gesù. Simone ha proclamato Gesù «figlio di Dio»; egli è chiamato «figlio di Giona». L’elogio di Pietro è veritiero perché non proviene da lui, dalle sue forze e capacità naturali, ma gli è stato suggerito, è frutto di una rivelazione divina. La messianità di Gesù non è una scoperta dell’apostolo ma una notizia segnalata da Dio stesso. La «carne e il sangue» indicano le capacità naturali dell’uomo.
La chiesa confessa con gioia la propria fede nel Cristo e in questo contesto celebrativo la comunità di Matteo (poiché è solo a riferirlo) ricorda la singolare promessa di Gesù a Pietro, racchiusa in tre metafore: la pietra, le chiavi, il binomio legare-sciogliere. Il cambiamento del nome è già, di per sé, significativo nella tradizione biblica (cfr. Gen 17,5; 32,29; Gdc 6,7; cfr. Lc 1,28). È sempre in rapporto a una missione. Kepha (pietra) nella lingua aramaica significa roccia, fuori metafora «sostegno», «base», «fondamento». La roccia è Dio (ls 17,10; Sal 18,3; 19,15), Cristo (1Cor 10,11; 1Pt 2,6), per Matteo subordinatamente «roccia» è anche Pietro.
La «chiesa» è un termine raro nel vangelo. Verosimilmente traduce la qahal Jahve dell’Antico Testamento, ossia l’assemblea del popolo di Dio convocato davanti al tabernacolo o al santuario per ascoltare la sua voce. Essa trova la sua continuazione nella comunità cristiana di cui Pietro è il punto di convergenza, di unità e di sostegno.
Nonostante l’alta incombenza che ha ricevuto, la chiesa non è di Pietro ma di Cristo. Una sottolineatura che non può essere mai dimenticata senza stravolgere il senso dell’annunzio. La chiesa sta a cuore all’evangelista più della persona di Pietro. Il suo destino è ribadito con l’annunzio della sua vittoria sulle potenze della morte («porte dell’Ade»). In altre parole, la chiesa di Cristo vivrà e sarà apportatrice di vita, evidentemente soprannaturale, divina ai credenti di tutti i tempi.
La chiesa è concepita nell’immagine di un edificio i cui accessi sono sotto la sorveglianza di Pietro. La consegna delle chiavi annunzia quest’incarico. Pietro però non è il padrone della casa, non può per questo esercitare un tale ufficio a proprio arbitrio, ma secondo la consegna avuta (cfr. Mt 18,22). Anche gli scribi e i farisei avevano la «chiave della scienza» ma ne facevano un cattivo uso (Lc 9,52).
L’ultima metafora «legare-sciogliere» ritorna soprattutto nelle scuole rabbiniche del tempo; significa «permettere o proibire» una data prassi; «dichiarare vera o erronea» una determinata dottrina. In altre parole dare un’interpretazione autorevole dell’insegnamento di Gesù escludendo le opinioni.
Conclusione
La chiesa di Matteo è ormai organizzata. Essa ha segnalato la presenza dei dodici (10,1-7; 18,18); ora riserva un posto a parte al «primo» (10,2) di essi. Non è fuori posto concludere che per Matteo la chiesa è in qualche modo «gerarchica», se il testo 23,8-12 richiama anche la sua impostazione carismatica. Almeno rimane evidente che Pietro non gestisce una sua comunità, ma quella di Cristo, di cui egli è solo un collaboratore.
