LA MISERICORDIA
(Sir 27,33-28,1-8; Rm 14,7-9; Mt 18,21-35)
Il perdono e la comprensione per il peccatore accomunano le «Letture» della presente domenica. Il salmista mette in primo piano il comportamento benevolo e misericordioso di Dio verso l’uomo, che non tratta mai secondo quanto questi ha meritato, ma lo ama come un padre i propri figli (v.15).
Il vangelo giunge a dare della bontà divina una presentazione iperbolica. Dio è il generoso signore che, solo perché ne è richiesto, condona somme ingenti e rimette debiti inauditi. Ma Dio non parla della sua bontà, del suo amore se non per proporre un analogo comportamento all’uomo verso i propri simili. È quanto il Siracide cerca di far intendere, precedendo l’esortazione del Pater: rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori (Mt 6,12-15).
Prima lettura: «Perdona l’offesa» (Sir 28,2)
La vendetta è la reazione spontanea dell’uomo offeso, ma il credente deve restituire a Dio il riequilibrio dell’ordine turbato, diversamente si mette nel pericolo di non vedere cancellato il debito che ha con lui. Se si desidera essere graziati dal Signore occorre usare misericordia con i propri simili. Non si può contemporaneamente domandare per sé il perdono e per gli altri la vendetta. Occorre adottare una stessa misura in entrambi i casi. Conservare la collera verso gli altri e chiedere per sé la mitezza è un controsenso.
Il principio tuttavia che il Signore è vindice dei torti riflette una mentalità religiosa ancora primitiva.
Il pensiero della morte dovrebbe far smettere di odiare, ma ancor più il ricordo dei comandamenti (che sollecitano in più parti il rispetto della vita altrui) e dell’alleanza (che celebra l’amore d’Iddio verso Israele, nonostante le sue trasgressioni). Nell’invito ad accettare le offese Ben Sira raggiunge l’apice del Nuovo Testamento.
Il discorso del perdono è sempre cristiano, ma non può essere confuso con l’avallo delle sperequazioni e delle ingiustizie che gravano sulla comunità e sugli individui. Si può, per carità, rinunciare ai propri diritti, ma non si può, se si è animati da vero amore, lasciare che vengano conculcati quelli degli altri.
Seconda lettura: «Chi sei tu per giudicare» (Rm 14,4)
La comunità di Roma è divisa in due correnti o categorie, i deboli e i forti: coloro che si sottopongono a prassi ascetiche, ad astinenze di cibi e bevande per motivo di purità o di vegetarianesimo e coloro che ne fanno a meno (14,1-15,7).
Paolo non condanna la scelta né degli uni, né degli altri, ma disapprova i litigi che ne derivano e, soprattutto, la dimenticanza fondamentale a cui li porta: il riferimento che tutti debbono allo stesso Cristo (vv.7-9). Cristiano, detto paradossalmente, è chi vive per gli altri sull’esempio di colui che gli dà l’onore di portare il suo nome. Gesù ormai è lo scopo della vita del credente. Questi l’ha scelto come suo Signore e cerca di ricalcare fedelmente le sue orme nella vita presente e futura. Gesù assorbe totalmente la vita del fedele che tenta senza mai riuscirci di ripercorrere il suo cammino di morte e risurrezione. Primogenito dei fratelli, Gesù è il capostipite della nuova umanità (cfr. 8,29): a lui fanno capo tutti, anche i fedeli della comunità romana. Gli attriti perciò che sorgono tra di loro, se veramente sono suoi seguaci, non possono avere nessuna giustificazione.
Vangelo: «Settanta volte sette» (Mt 18,22) Vedi Lectio
La domanda di Pietro ritrae ormai una situazione comunitaria normalizzata. La «chiesa dei santi» si va scoprendo anche un insieme di peccatori: c’erano «fratelli» che sbagliavano facilmente o frequentemente. Il problema del perdono o della riammissione in seno alla comunità si era subito affacciato. La mentalità giudaica era, al riguardo, severa. Dopo il primo e il secondo fallo, gli esseni decretavano l’espulsione dall’«unione». Qualche traccia è rimasta nel presente discorso di Matteo. Il «fratello» che al terzo richiamo non ascoltava la chiesa doveva essere considerato come un pubblicano (Mt 18,17). L’attuale norma («fino a settanta volte sette») rivoluziona tutti i canoni della giurisprudenza tradizionale.
«Settanta volte sette» è una frase convenzionale che indica un numero indefinito di volte… ovvero, sempre (cfr. Gen 4,24). Pietro credeva di aver detto uno sproposito, giungendo fino a sette volte, invece non aveva neanche sfiorato la mente di Cristo. La parabola che segue illustra le clausole del perdono. I debiti più grandi dell’uomo sono quelli che ha con Dio. La somma di diecimila talenti è quasi incalcolabile, dato che un talento equivaleva a trentasei Kg di argento, pari a seimila dramme e a diecimila denari. Il signore la condona per compassione verso l’infelice debitore. Questi promette che l’avrebbe risarcito, ma è una promessa irrisoria; la grazia è accordata non perché egli l’ha meritata, ma perché il padrone è buono. L’unica condizione dell’uomo è che si è inchinato a chiederla. «Perché mi hai pregato» (v.32) gli ricorderà il padrone. La bontà di Dio non è solo illustrata, ma celebrata, esaltata in questo racconto. La preghiera appare in un contesto inequivocabile, ma è una domanda di misericordia, di perdono, più che di favori materiali.
Il quadro che segue è fortemente parenetico. Le tinte, come nel primo, sono calcate affinché venga meglio colta la lezione che intende impartire. È difficile che esista un uomo così spietato, come è difficile che esista un signore così munifico, ma il parabolista non fa la cronaca, segnala dei comportamenti esemplari o sbagliati che intende additare all’imitazione e alla riprovazione dei fedeli. Egli non descrive fatti, ma dipinge virtù e vizi, atti di generosità e di grettezza. L’uomo che si è fatto condonare diecimila talenti, non sopporta la dilazione del pagamento di cento danari. È un comportamento inqualificabile più che assurdo, che il cristiano è esortato a detestare oltre che fuggire. Egli deve rimanere ancora più sbalordito della generosità divina, che è messa in ulteriore risalto dalla grettezza umana e trovare in essa tutta la sua fiducia, anche nei casi più disperati. A Dio si può sempre ricorrere con sicurezza anche e soprattutto quando ci si può sentire schiacciati dal peso delle proprie colpe. Dio, pur trascendente, rivela sentimenti di commiserazione e di compassione, di cui l’uomo è incapace.
La finale riporta uno dei temi propri di Matteo, quello del giudizio. Il padrone buono diventa a sua volta spietato; assume egli stesso l’atteggiamento che aveva riprovato nel suo ex creditore. La sua crudeltà è inaudita, come lo era stata quella del suo dipendente verso il subalterno. La nuova immagine di Dio contrasta con la prima fino a cancellarla. Sembra che anche lui si sia lasciato prendere dal risentimento e dalla vendetta. Prima si era «impietosito» (v. 27), ora è «sdegnato».
La parabola non può essere sfruttata per una lezione sulla severità divina, perché è impegnata proprio sulla direzione opposta: illustrare la bontà illimitata di Dio, e la necessità per l’uomo di adottarla con i propri simili. Il Dio irato è uno schema omiletico più che un annunzio.
Conclusione
La parte dei compagni di lavoro è esemplare. Essi non rimangono inerti o nascosti, ma scendono in lotta e, ciò che più conta, solidarizzano con il collega angosciato, invece che con il suo presumibile «capo» (dato il debito, l’eventuale “capo” doveva avere un posto di responsabilità).
All’omertà, o egoismo, preferiscono assumersi la responsabilità che il momento richiede. Questo gesto di solidarietà è un momento importante della parabola. Il cristiano è invitato alla sopportazione, all’attesa, ma ciò non comporta l’approvazione delle situazioni errate, dei sistemi repressivi e iniqui. Bisogna perdonare, ma anche combattere, in nome del vangelo, tutte le posizioni che contrastano con i suoi annunzi. Perdonare all’uomo è evangelico, ma impedirgli di nuocere al bene comune o degli individui lo è egualmente. Dio non è neutrale; quindi, non può esserlo nemmeno il credente.
