LA SIGNORIA DIVINA
(ls 45,1.4-6; 1Ts 1,1-5b; Mt 22,15-21)
Le «Letture» possono considerarsi un commento al primo grande comandamento: «l’assoluta unicità del Dio d’Israele». Egli è il re, il creatore, il salvatore, il giudice universale. Davanti a lui le divinità dei Gentili sono un nulla (Salmo). Egli è anche il moderatore della storia sacra (delle gesta d’Israele) e profana, delle imprese dei principi della terra, poiché tutto fa convergere alla realizzazione del suo piano: la manifestazione della sua gloria a tutti i popoli, l’offerta della sua giustizia salvifica a tutte le genti (Isaia). Egli non ammette interferenze da parte dei potenti della terra, dei vari «Cesari» che si succedono nel corso dei secoli. Come non si confonde con gli idoli, non si me scola con i sovrani che dispoticamente signoreggiano sui popoli. Ma pur nella sua grandezza, potenza e immensità non disdegna di trattare con l’uomo, di farlo oggetto del suo amore, ricorda Paolo.
Prima lettura: «Non vi è alcun altro» (Is 45,5)
I profeti sono gli interpreti dell’agire di Dio nella storia. All’interno degli eventi c’è un filo conduttore che fa capo sempre a lui. Come Assur è stato il bastone della sua ira (ls 10, 5), Ciro è ora il pastore, l’«esecutore dei suoi voleri» (44, 28). Egli lo ha scelto per una missione di pace e di giustizia tra i popoli. Sarà un liberatore degli oppressi e le fortificazioni che egli distruggerà non saranno riedificate.
La storia ha un suo corso ma per il profeta tutto fa capo a Israele: è a lui che sono subordinati gli eventi; per questo anche l’elezione di Ciro è stata programmata a tale scopo, prima ancora che il sovrano venisse a conoscenza di Jahvé, tramite gli Ebrei prigionieri a Babilonia. Nulla sfugge alla sovranità assoluta di Dio, meno ancora l’elezione e incoronazione di un principe come Ciro, benemerito della sorte di tanti popoli liberati dal giogo babilonese. Il Dio della Bibbia è sempre il Dio dell’esodo: ogni opera di liberazione trova in lui il suo grande patrocinatore e alleato. Solo in questo senso anche Ciro è un suo eletto e uno strumento del suo disegno di salvezza. In realtà il re Achemenide perseguiva una sua politica espansionistica ai danni delle potenze confinanti e, nella sua avanzata, adottava criteri libertari che la saggezza e l’esperienza gli suggerivano. È qui che la sua linea si incontra con quella del Dio d’Israele e risponde alle sue attese: per questo agli occhi del Deutero-Isaia appare anche un suo collaboratore.
Seconda lettura: «Ringraziamo sempre Dio» (1Ts 1,2)
I tre missionari per bocca di Paolo volgono uno sguardo retrospettivo all’opera compiuta a Tessalonica, dove ormai si è costituita un’«ekklesia» che non è semplice assemblea di cittadini raccolti a trattare gli affari pubblici, ma un insieme di credenti legati da una comune fede in Dio e in Cristo. Essi compongono una chiesa, una convocazione santa per il loro riferimento vitale e operativo con Dio e con Gesù Cristo.
Dio non è tanto l’altissimo, l’onnipotente ma l’amico, il confidente dell’uomo e Gesù oltre a essere un loro eguale è anche il loro Signore perché entrato nella gloria della risurrezione. La chiesa più che un’istituzione è una comunità di fedeli che hanno imparato a sintonizzarsi tra di loro e con colui a cui fanno capo. Ad essi Paolo può augurare la pace (l’amicizia) e la grazia (la bontà e la santità divina) perché ne sono già in possesso.
Questa comunità sbocciata nel cuore della Macedonia riempie l’animo dell’apostolo di gioia e di gratitudine verso Dio e di plauso verso i «fratelli» che hanno accolto il suo messaggio e vi perseverano tuttora con solerzia e abnegazione. L’evangelizzazione è stata accompagnata da segni e prodigi, ma è stata efficace per la costanza dei fedeli sostenuti dalla speranza in Gesù Cristo.
Vangelo: «Rendete a Dio quello che è di Dio» (Mt 22,21) Vedi Lectio
Gli evangelisti hanno depoliticizzato la figura di Gesù, ma rimangono tracce qua e là delle implicazioni sociali che ha avuto la sua missione, oltre che religiose. Sono rimasti nei vangeli nomi di discepoli che ricordano il loro passato politico. Simone è detto lo zelota perché forse proveniva dal movimento omonimo (Mt 10,4). Gesù stesso nel corso del processo è paragonato a Barabba (un «lestés»: appellativo dato agli zeloti: Gv 18,40) e sul Golgota è crocifisso tra due malfattori («lestai»: Lc 23,33). La pena che gli viene inflitta è quella riservata ai sovvertitori dell’ordine pubblico.
Gesù non ha contestato direttamente la persona e il potere di Cesare, ma ha annunziato che tutti gli uomini sono eguali e figli di uno stesso Padre. Gli accusatori, secondo Luca, riferiscono a Pilato che andava sobillando il popolo cominciando dalla Galilea fino alla Giudea (Lc 23,5). Se voleva essere un’accusa, qualche probabilità o verosimiglianza, doveva averla.
Anche questa volta l’attacco dei farisei e degli erodiani doveva avere qualche aggancio con la sua predicazione, alludendo a qualche frase uscita dalla sua bocca, per far presa.
Il riconoscimento, una specie di captatio benevolentiae, con cui essi aprono il discorso è più importante della domanda: «Sei veritiero», «insegni la via di Dio secondo verità», conforme cioè al messaggio ricevuto, senza distorcerlo per secondi fini a beneficio di chicchessia. In realtà Gesù è stato un vero profeta che non ha indietreggiato davanti alle conseguenze, quali l’impopolarità, l’avversione, la perdita del prestigio, degli appoggi istituzionali alla sua missione. L’esser veritiero significa anche rifuggire dall’inganno, dal compromesso, dal gioco (cfr. Mt 5,37).
La domanda degli obiettori era di quelle che tormentavano l’anima religiosa giudaica; forse anche altri, in tutta buona fede, l’avevano segnalata a Gesù, ma la risposta che in tale circostanza ha dato loro non è stata trasmessa.
L’israelita non aveva sopra di sé nessun altro sovrano che Jahvé: riconoscere un’altra autorità, per di più straniera, poteva essere blasfemo, perciò la domanda non era solo accademica. Ma ora a porla non sono dei semplici cittadini, bensì esponenti delle correnti spirituali del paese: i farisei che rappresentavano l’estremismo religioso, negatori di qualsiasi assoggettamento agli infedeli, e gli erodiani, alleati, quasi in combutta, delle forze d’occupazione. Qualsiasi risposta sarebbe stata fuori posto: o feriva gli uni, i farisei e con essi il popolo, o gli altri, gli amici di Roma. Anche il non rispondere poteva apparire compromettente, perché poteva esser preso per un assenso all’una o all’altra tesi.
La risposta di Gesù: «Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» può essere più profonda di quanto appaia. È vero che l’imperatore, esigendo la riscossione delle imposte, si riprende le monete che fa circolare nei suoi domini, ma avrebbe dovuto chiedersi fino a che punto e per quale ragione accampava tali diritti. Non c’è solo Cesare a rivendicare tributi e obbligazioni; c’è anche Dio e quello che spetta a lui non può essergli sottratto da nessuno, neppure da Cesare, che non è un secondo dio, ma un semplice usurpatore. Se occorre dare a Dio quello che è di Dio, non c’è più posto per nessuna dominazione dell’uomo su determinati territori e su determinati popoli perché tutto appartiene a lui e non ne fa dono a nessuno in particolare.
Conclusione
Nella storia, la frase è servita ad avallare una separazione del sacro dal profano, dello spirituale dal terreno, del religioso dal politico, rilasciando il dominio su uno di essi a Dio e sull’altro a Cesare, ma nessuna distinzione è più illegittima e più ambigua di essa. Dio è il Signore di tutto l’uomo e di tutto il creato, non di alcune parti o aspetti e il credente è chiamato a operare per il miglioramento, il progresso spirituale ma anche materiale dei suoi simili. La «politica» non è un’incombenza riservata ai figli delle tenebre, ma il primo impegno che il cristiano è tenuto a dare alla promozione umana.
