IL PIÙ GRANDE COMANDAMENTO
(Es 22, 20-26; 1Ts 1,5c-10; Mt 22,34-40)
L’amore verso Dio e verso l’uomo è il criterio di discernimento del vero credente. Il testo dell’Esodo ricorda quali sono gli uomini più bisognosi di benevolenza, di comprensione, di amore; mentre il salmista segnala la centralità e la supremazia di Dio. Gesù sventa l’insidia dei farisei riportandoli alla tradizione dei padri che a loro stava tanto a cuore, ma si richiama alla sua versione integrale. Se l’Esodo (20,3) e il Deuteronomio (5,6-10) ponevano al primo posto Jahvé, il Levitico (19,18) ingiungeva di portare amore anche al prossimo, comma troppo spesso dimenticato. Gesù non solo lo ricupera ma lo pone subito dopo il primo comandamento, anzi l’abbina e l’eguaglia ad esso. I credenti esemplari per Paolo sono i fedeli di Tessalonica.
Prima lettura: «Non molesterai, non maltratterai» (Es 22,20-21)
La legislazione israelitica eccelle su quella degli altri popoli dell’Antico Oriente per il senso di spiccata umanità da cui è pervasa. L’attenzione al povero, all’orfano, alla vedova e insieme al forestiero è presente in tutti i codici antichi ma forse non con tale frequenza, insistenza, convinzione.
L’ospitalità è una tradizione che risale ai primordi della storia biblica (cfr. Gen 18,1-19,8; Gdc 19). Israele uscito dall’Egitto, dove ha conosciuto i disagi dell’«esilio», ossia del soggiorno in terra straniera, è diventato più attento ai forestieri che vivevano nell’ambito delle sue contrade e delle sue città. La tendenza all’isolamento, al disprezzo, allo sfruttamento che poteva emergere nei connazionali viene subito condannata o stroncata con ammonizioni e provvedimenti legislativi (cfr. Es 22,20; 23,9; Lv 19,10.33; 15,40; Dt 10,18-19; 24,17; 27,19).
Il Deuteronomio (10,19) potrà affermare che Dio ama il forestiero e, dato che l’amore è uno, si può aggiungere che l’ama come ama il suo popolo. Il forestiero è l’indifeso per eccellenza perché non è protetto dalla legge; non ha perciò a chi reclamare, né un tribunale in cui far valere i suoi diritti. Il povero, l’orfano, la vedova hanno la legge dalla loro parte, ma non possono farla contare perché non hanno danaro sufficiente per pagare (o corrompere) gli avvocati.
Se la legislazione e la predicazione profetica prendono spesso le loro difese vuol dire che di abusi se ne commettevano. Ma la tradizione sana d’Israele (profetica e sapienziale) è insorta contro qualsiasi forma di sfruttamento, di rapina, di usura. Anzi secondo la raccomandazione del legislatore, il vero credente doveva far prestiti senza interessi soprattutto al povero e se accadeva di prendere in pegno il mantello doveva restituirlo a sera. Dio avrebbe reso giustizia all’infelice se si fosse rivolto a lui nel suo disagio. In realtà anche prima che lo invochi egli è dalla sua parte, solo che non infrange le leggi che ha posto e tra di esse vi è anche quella del rispetto della «libertà» (quindi anche dei suoi eventuali abusi) dell’uomo.
Seconda lettura: «Per il vostro bene» (1Ts 1,8)
Il testo introduttivo alla Lettera ai Tessalonicesi è un ringraziamento a Dio per i successi che la sua parola (v. 8), il vangelo (v. 5), ha avuto in Grecia. Con pochi accenni retrospettivi l’apostolo delinea la fisionomia di una delle prime comunità cristiane. Rievoca i primordi dell’evangelizzazione, il comportamento disinteressato dei missionari, e la risposta dei fedeli, la loro pronta conversione e l’attuale perseveranza. Paolo è un banditore del vangelo ma anche un mediatore, un testimone dello Spirito Santo. Egli ha annunziato il messaggio, ma soprattutto lo ha trasmesso con la propria vita, in cui si rifletteva la stessa carità, bontà e amore di Dio. Non sono state le sue parole a operare prodigi, ma Dio del cui amore era ricolmo e che si rifletteva nelle sue operazioni di bene. Anche i Tessalonicesi hanno accolto la parola e più ancora hanno fatto spazio allo stesso Spirito che li ha ricolmati di coraggio e di gioia. La loro fede e la loro virtù sono note in tutte le regioni e sono diventati un modello di credenti per i vicini e i lontani.
In questo slancio e in questa pienezza la comunità è protesa alla venuta escatologica di Cristo (v. 10) che l’apostolo descriverà ancor più dettagliatamente in seguito (4, 13-18).
Vangelo: «Simile al primo» (Mt 22,38) Vedi Lectio
L’ultima settimana di Gesù a Gerusalemme, nel racconto di Matteo, è segnata dal confronto con tutti i suoi principali nemici. Hanno preso la parola «i gran sacerdoti e gli anziani del popolo» (21,23), «i farisei» (21,45; 22,15), gli erodiani (22,16) e i sadducei (22,23). Ora è di nuovo la volta dei farisei. Non vengono alla spicciolata ma in gruppo, quasi l’accerchiano in modo da non lasciargli scampo. Uno di loro è stato incaricato a porgli la domanda insidiosa. Non uno qualsiasi ma, com’era logico, un esperto della legge, un dottore. La richiesta – qual è il maggior comandamento – si comprende nel contesto delle scuole e delle tradizioni rabbiniche del tempo, nell’alternarsi delle opinioni o delle interpretazioni dei vari maestri. L’insegnamento di Gesù appariva tanto originale e stravagante che, forse, rivoluzionava anche i cardini del giudaismo che costituivano i principi sanciti dalla millenaria predicazione profetica. Un pronunciamento in tal senso poteva essere motivo di reazioni sfavorevoli nei suoi confronti, e forse di accusa. Ma la risposta che odono si ritorce a loro condanna.
Neanch’essi, nonostante la vantata ortodossia, conoscevano e, meno ancora, praticavano i commi della legge. Non c’era dubbio che fossero bene al corrente del primo dovere dell’israelita, ribadito chiaramente nel Deuteronomio (6, 5), ma ignoravano o non ricordavano che ve ne potesse essere un altro che stesse alla pari: l’amore del prossimo (cfr. Lv 19,18). Nella codificazione levitica il prossimo (re’a) era il vicino, l’amico, il parente, il connazionale; non abbracciava, se proprio non l’escludeva, il forestiero, l’estraneo, il nemico. Ma Gesù nella sua predicazione (cfr. Mt 5,42-48) e nei suoi riferimenti (rivolti indistintamente a tutti, connazionali e stranieri) ve l’aveva incluso. Il «prossimo», dirà nella parabola del buon Samaritano è l’indigente, il bisognoso, qualsiasi uomo in necessità. Non bisogna lasciarlo alla malora, ma avvicinarsi, «appropinquarsi» a lui per prestargli il proprio aiuto. Il prossimo è un componente della stessa famiglia dei figli di Dio; è parte di se stessi, perciò va amato con la stessa dedizione che si porta alla propria persona. Non ci sono distinzioni qualitative tra l’amore verso Dio, verso l’uomo e verso se stessi: sono tutti e tre sullo stesso piano e se si coltiva l’uno senza l’altro si rischia di rompere l’equilibrio e l’ordine posto dal creatore.
L’amore che Gesù raccomanda non è semplice affettuosità, ma operosità effettiva, stima, fiducia. L’amore cristiano è anche aiuto, perdono, comprensione. Amare tutti non significa diventare loro amici, ma essere attenti, generosi, comprensivi nei loro riguardi. L’amicizia è un fatto spontaneo, che nasce da sintonia e integrazione di vedute, di sentimenti, di affetti. Non può essere imposta per comando ma scaturisce dalle qualità che ognuno ha ricevuto e possiede.
La legge e i profeti ricapitolano tutta la predicazione e l’attività legislativa veterotestamentaria; essi hanno un valore se aiutano l’uomo ad avvicinarsi sempre più a Dio e al proprio simile, altrimenti è attività accademica. Tutto ciò che i profeti hanno detto e i legislatori hanno scritto è subordinato a questa duplice osservanza, se non sfocia in essa non ha valore, non è via e veicolo di salvezza.
La «dipendenza» è assoluta. Gesù nel discorso escatologico ricorderà che il possesso del regno non è subordinato all’accettazione di formule o di concezioni teologiche, ma a semplici comportamenti pratici (Mt 25,31-46).
Conclusione
Il più delle volte l’uomo è tentato a chiudere il cerchio del proprio riferimento di fede e di amore solo con Dio. Gesù chiede di allargarlo al proprio prossimo stringendolo nella stessa morsa di benevolenza, poiché l’amore a Dio passa attraverso l’uomo.
