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LA MÈTA CHE ATTENDE TUTTI

(At 1,1-11; Ef 1,17-23; Mt 28,16-20)

La vera ascensione, il trapasso che Gesù compie dalla terra al cielo, è avvenuta nel mattino di pasqua, senza spettatori e testimoni. In Gv 20,17 Gesù risorto dichiara alla Maddalena che sta risalendo al Padre e lo stesso giorno appare ai dodi­ci assicurandoli dei poteri conseguiti (Gv 20,21). E sempre dall’alto che egli viene ogni volta che si manifesta a loro. So­lo Luca par­la dell’ascensione visibile; il quadro che ne lascia non è che l’ultima apparizione del risorto; il suo «definitivo» ingresso nella «dimora celeste».

Il mistero dell’ascensione ha la stessa portata di quello della risurrezione. All’interno del ritorno di Gesù al cielo vi è una mutazione di stato, un passaggio che si verifica in tutto il suo essere. Da povera, umile e servile, la sua umanità diventa glo­riosa, potente, divina. San Giovanni parla fre­quentemente di «elevazione», «esaltazione», «glorificazione»; Paolo addirittu­ra di «giustifica­zione» (cfr. Rm 6, 7; 1Tm 3,16), «nuova nascita» (At 13,33). Gesù crocifisso è un vinto, ri­sorto è «co­stituito figlio di Dio potente» (Rm 1,4). Fermarsi agli aspetti scenografici dell’even­to è dimenticare il suo significato profon­do.

Il quadro di At 1,9-11 dà l’impressione che la fede degli apostoli sia stata accompagnata da segni precisi, sicuri, inequivoca­bili; ma è una lettura che semplifica troppo la natura degli eventi salvifi­ci e tiene poco conto del linguaggio apocalittico o apologetico. Gli apostoli nell’ipotesi più blan­da hanno rivisto appena un’immagine abbozzata del salvatore; solo con gli occhi della fede si sono spinti fino al Si­gnore vivente nei cieli. Il discorso può essere esplicitato anche diversamente, ma non si può confondere l’incontro sul Monte Oliveto con la fede nella risurre­zione-ascensione.

Prima lettura: «Perché state a guardare?» (At 1,11)

Il brano di At 1,1-11 consta di un «prologo» (vv. 1,2); di una digressione sul «ministero» del Cristo risorto (vv. 3-8) con accen­ni alla missione degli apostoli (vv. 5-8) e al tema del libro (v. 8) infine segue il «racconto» dell’ascensione (vv. 9-11), che chiu­de realmente l’esistenza terrestre di Cristo, quindi il vangelo, e apre la vita della chiesa o «Atti degli Apostoli». Il Cristo si pre­para a uscire dalla storia e al suo posto fa entrare ormai i suoi successori, gli apostoli (vv. 2-3) o più semplicemente la comu­nità («quelli che erano radunati»: v. 6). Tra breve essi saranno abilitati alla missione da svolgere (v. 5). I loro compiti non sono circoscritti alla restaurazione della monarchia israelitica, ma alla costituzione di un regno senza più confini (v. 8).

La scena dell’ascensione è l’ultimo tratto, ma il principale, del «quadro». Gesù è «sottratto» allo sguardo degli astanti, «verso l’alto» (v. 9). Più sotto è ribadito: «se ne andava», verso il cielo (v. 10). L’ascensione visibile appa­re come una risalita lenta, spettacolare di Gesù verso la sua dimora celeste.

I dubbi o gli equivoci sulla sua destinazione sono dissipati da due uomini bianco vestiti (il bianco è simbolo di durata, eternità: Dn 7,9; Ap 1,14) che vengono ad assicurare che il Cristo non si è etereizzato, ma vive ancora e verrà nuovamente a loro.

Il «cammino verso il cielo», la «nube» (esclusivo emblema di Jahvé), attestano la realtà superiore, divina del Cri­sto.

I due testimoni sono gli stessi della trasfigurazione. Solo in Luca infatti essi parlano con Gesù del suo «esodo da Ge­rusalemme» (9,31). La scena è parallela a una teofania pasquale. La data dei 40 giorni non è da calcare; è solo approssimativa come altre volte nella Bibbia (cfr. Gen 7,4; 12,17; Es 24,18; Nm 13,24; 1 Re 19,8 ecc.), infatti in At 13,31 l’autore afferma: «per molti giorni».

Seconda lettura: «Alla sua destra» (Ef 1,20)

Il testo di Ef 1,17-23 sotto forma di preghiera richiama i rapporti che i credenti hanno con Dio a cui Gesù deve far riferimento e dal quale provengono tutti i favori e gli aiuti di cui i fedeli hanno bisogno. In tutto questo, il primo posto è occupato dallo «spirito di sapienza e di rivelazione» (v. 17). La «sapienza» è il segreto agire divino, il piano della sua azione salvifica che comunica a quanti sono in comunione con lui (conoscenza in senso pieno). Non una pura conquista, ma un’illuminazione interiore percepita con gli occhi del cuore: una personificazione delle facoltà conoscitive dell’uomo. In forza di questa superiore assistenza il credente si spinge fino alle ultime fasi della salvezza. Con la sua speranza, che può essere definita un’inquietudine del presente, il cristiano va al di là di tutte le sue realizzazioni storiche o terrestri. Anche qui la mèta è un’eredità, un premio più che un guadagno. Le sue proporzioni sono tuttavia straordinarie poiché si tratta di partecipare alla stessa vita divina (gloria), nella comunione del santi (v. 18).

L’azione di Dio, a cui l’apostolo ha fatto riferimento e di cui ha sottolineato le ripercussioni, ha avuto una illustrazione insuperabile nella risurrezione di Cristo: in questa più che nella prima creazione. Tre sostantivi sono necessari per descriverla, anche se rinviano a uno stesso attributo: energia, potenza, forza. L’accumulazione serve a far comprendere la portata dell’impresa che egli ha attuato in Cristo e indirettamente nel cristiano. Non si tratta di riportare in vita un uomo, ma di «cambiare» il corso della storia, di aprire un nuovo secolo, irradiato di gloria: la stessa di cui è rivestito già Cristo.

La risurrezione non è tanto un fatto personale di Gesù, quanto un evento salvifico, di cui mette in luce gli aspetti più nascosti. Il termine sottolinea il cammino ascensionale della storia.

L’attenzione dell’apostolo ritorna (cfr. 1,7-12) quindi sul Cristo. Egli è al centro del mistero (cfr. 1,9); in lui avviene la ricapitolazione di tutte le cose, sia quelle che sono in cielo, che sulla terra (1,10).

L’«insediamento» alla destra di Dio è un genere letterario usato già dal salmista (110,1) per sottolineare la dignità del messia. Da tale altezza egli sovrasta tutti gli esseri, i principati, le potestà e le dominazioni: un elenco di imprecisa portata che richiama verosimilmente gli angeli o spiriti, che le concezioni filosofiche del tempo (gnosticismo, platonismo) interponevano tra Dio e l’uomo. Non c’è alcun mediatore al di fuori di Cristo, afferma invece Paolo. A lui è soggetta ogni cosa; egli è il capo di tutta la creazione (v. 22).

Questa signoria di Cristo si riversa, infine, sulla chiesa, suo corpo e insieme suo plèroma. Le due designazioni richiamano figurativamente gli stretti rapporti tra Gesù e la comunità dei credenti; essi sono insostituibili e vitali come quelli che esistono tra la testa e il corpo nell’uomo. La comunità non è un’appendice, ma la stessa pienezza di Cristo, ciò fa comprendere che egli la ricolma con la sua presenza, la sua forza e la sua vita.

Vangelo: «…io sono con voi tutti i giorni» (Mt 28,20) vedi Lectio

L’Ascensione: che cos’è? è un elevarsi: un intrec­cio tra presente e futu­ro, tra esistenza e speranza. Il cielo non è un altro spazio, quasi un luogo dove si giungerà un domani, quasi un dopo a cui si acce­derà:.. non si può giungere presso Dio senza prima es­sersi “elevati”! Chi pone degli ostacoli a questa salita? È la nostra deliberata chiusura che ci ingabbia nella prigione dell’io, impeden­doci di “elevarci”.

La nostra ascensione non è un allontanarsi dal mondo, ma ci si eleva con il mondo.

Matteo non descrive l’ascensione di Gesù come fanno gli Atti degli Apostoli (1a lettura), ma, servendosi di immagini diverse, propone il medesimo messaggio. A differenza di Luca e Giovanni, egli colloca l’incontro con il Risorto non a Gerusalemme ma in Galilea. Questa ambientazione geografica ha un valore teologico: l’evangelista vuole affermare che la missione degli apostoli inizia là dov’era cominciata quella del loro Maestro: in Galilea, crocevia interculturale e regione disprezzata, perché abitata da una po­polazione eterogenea, derivata da una mescolanza di razze.

Il monte: era il luogo delle manifestazioni di Dio. In cima al monte egli si era manifestato a Mosè ed Elia. Matteo impiega spesso l’immagine di colloca Gesù sul monte ogni volta che insegna o compie qualche gesto particolarmente importante. Se si tiene pre­sente questo fatto, si comprende il significato della scena narrata nel nostro brano: l’invio dei discepoli nel mondo è un avveni­mento decisivo. Non solo, ma è abilitato a svolgere questa missione solo chi, sul monte, ha fatto l’esperienza del Risorto e ha as­similato il suo messaggio.

Gli undici: i discepoli non sono più dodici. Questo nu­mero, posto proprio in apertura della pagina evange­lica, sottolinea che il fallimento accompagna, fin dall’inizio, la storia della Chiesa. I discepoli hanno fede, ma permangono ancora dubbi e incertezze: è un gruppo fragile vulnerabile pieno di debolezze ed errori; è questo il suo DNA.

Eppure, a questa comunità – che porta la ferita del tra­dimento e composta da uomini esitanti – il Risorto affida la sua missione… non ai vertici sacerdotali (alle istitu­zioni) perché la custodissero, ma al popolo dei poveri e degli umili perché lo diffondessero fino ai confini della terra.

Coltivare la speranza, significa saper integrare, nella vita, l’esperienza del fallimento: senza scandalizzarsi e senza accusare.

L’annunciatore è un mendicante che va a dire a un al­tro mendicante dove ha trovato qualcosa da man­giare. I grandi credenti non sono gli spacciatori di buone notizie, ma quelli che elevano il cammino della gente avvici­nando il cielo alla terra attraverso il co­raggio di com­battere le sofferenze.

Gesù non ha speso la vita ad impartire benedi­zioni, ma nel compiere opere di bene: “Passò gua­rendo tutti dalle loro in­fermità”, ricorda Pietro (At 10,38); né ha speso troppe pa­role per descri­verci l’inferno, il purgato­rio o il paradiso.

L’ascensione è il giorno in cui l’essere umano viene re­stituito alle pro­prie re­spon­sabilità sto­riche. Chi ci impedisce di ascende­re…di elevarci… è l’ango­scia: tra complessi di inferiorità e voglia disperata di grandezza c’è il rischio di ritrovarci nella solitudi­ne. Occorre che due braccia tese ci vengano a riprendere in queste zone dove ci ha portato lo sbandamento, e di restituirci alla familiarità con la terra.

Uomini di Galilea perché state a guardare il cielo? Il messaggio dell’a­scensione dice che non dob­biamo dare l’assalto al cielo per acqui­sire valore e dignità, con il rischio di combattendo angosciosamente even­tuali “compa­gni di viaggio”. Chi ci libera dall’angoscia sono solo due mani tese che proteggono e comunicano speranza perché chi ci libera non ci abbandona ma cammina ac­canto.

Conclusione

Con l’entrata di Gesù nella gloria del Padre è cambiato qualcosa sulla terra? Esterior­mente nulla. La vita degli uomini ha conti­nuato ad essere quella di prima: seminare e mietere, commerciare, costruire case, viaggiare, piangere e fare festa… tutto come prima. Anche gli apostoli non hanno ricevuto alcuno sconto sui drammi e le angosce sperimentati dagli altri uomini. Tuttavia qualcosa di incredibilmente nuovo è accaduto: sull’esistenza dell’uomo è stata proiettata una luce nuova.

In un giorno di nebbia, improvvisamente compare il sole. Le montagne, il mare, i campi, gli alberi del bosco, i profumi dei fiori, il canto degli uccelli rimangono gli stessi, ma diverso è il modo di vederli e di percepirli. Accade anche a chi è illuminato dalla fede in Gesù asceso al cielo: vede il mondo con oc­chi rinnovati. Tutto acquista un senso, nulla più spaventa. Oltre le sventure, le fatalità, le miserie, gli errori dell’uomo s’intravede sempre il Signore che costruisce il suo regno.