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LA GRANDE ASSEMBLEA 

(Ap 7,2-4.9-14; 1Gv 3,1-3; Mt 5,1-12)

La salvezza supera i confini della storia. L’uomo giunge al termine della sua esistenza più deluso che realizzato, amareggiato più che soddi­sfatto. Se la morte segnasse realmente la fine della vita, non var­rebbe la pena, il più delle volte, averla vissuta.

La ragione non può sfondare il muro della prigione terrestre, e non può sapere che cosa attende l’uomo dopo il faticoso pelle­grinaggio di questo mondo. Solo la fede è in grado di aprirgli uno spiraglio verso una nuova esistenza che segna la fine delle lacrime, dei lutti, degli affanni (cfr. Ap 21,4).

L’esperienza continua su nuovi, migliori auspici; la nuova vita è superiore alla prima come il cielo trascende la terra, ma nessuno ne co­nosce i contenuti e gli aspetti.

La Bibbia segnala solo ipotetiche connotazioni religiose, ma è evi­dentemente una visione o ricostruzione unilaterale, poiché riprende i mo­duli culturali giudaici.

Il cielo è un mistero nel pieno senso del termine. La liturgia cerca di rievocarne qualche tratto, ma lo fa con le immagini, i riti del tempio, del culto gerosolimitano. La patria celeste è la continuazione di quella terrestre; la città degli eletti è la nuova Gerusalemme; le celebrazioni, le stesse che si compiono nel san­tuario collocato sul Monte Sion.

L’assemblea di tutti i santi che la liturgia ripropone all’attenzione dei fedeli è, si può dire, una proclamazione su grande schermo dell’an­nunzio della risurrezione. Il credente è invitato a guardare al traguardo che l’attende per superare le angosce, le insicu­rezze del momento presente.

È uno sprazzo di luce che dai «confessori» del passato giunge ai viandanti che non sono ancora al termine del loro cammino.

Prima lettura: «Una moltitudine immensa» (Ap 7,9)

L’apocalittico traduce in immagini fantastiche, irreali, messaggi teologici; per comprenderlo bisogna fare il cammino inverso, ritra­durre le immagini in parole piane. In realtà egli non ha visto, né sen­tito nulla, ma fa ricorso a tali categorie per sottolineare, fin dal prin­cipio, la superiorità trascendente del mondo che pre­senta.

La salvezza è un disegno di Dio realizzato attraverso Gesù Cristo; ora che egli è salito al cielo, il suo proseguimento è affidato ai suoi disce­poli, i quali si adoperano affinché gli eventi abbiano il loro corso. Ma ci sono troppi ostacoli che minacciano di arrestarlo, tuttavia verranno mi­racolosamente rimossi. Una serie di «giudizi» o interventi punitivi (i sette sigilli, le sette trombe, le sette coppe) stanno per abbattersi sugli uomini. I malvagi, o meglio i nemici, gli oppositori del regno verranno inesorabilmente eliminati e la vittoria dei giusti non conoscerà ombre.

La fase giudaica della storia della salvezza, che sembrava essersi chiusa fallimentarmente, si è conclusa invece in un trionfo. Una folla di 144.000 segnati, provenienti da tutte le tribù dei figli d’Israele, ha preso posto accanto all’agnello. Il numero 144.000 risulta dal qua­drato di 12 moltiplicato per mille (simbolo della totalità). Ma con es­si è la moltitudine senza numero dei martiri (palme) cristiani; il nuo­vo e il vecchio Israele.

L’Apocalisse è una lettera di consolazione (1,4), e il più grande conforto che l’autore può proporre al cre­dente: è aprirgli uno spira­glio su un futuro che cancella le anomalie del presente.

Il «regno d’Israele», che era stato distrutto dai romani, si era ricomposto trionfalmente nei cieli; lo stesso stava accadendo per i se­guaci di Cristo (l’agnello). Essi non sono stati strappati alla vita, ma hanno preso posto davanti a Dio, il vivente per eccellenza.

Seconda lettura: «Fin d’ora figli di Dio» (1Gv 3,2)

La sorte del cristiano è segnata da Cristo; attraverso lui egli ha conosciuto soprattutto i rapporti che lo legano con Dio.

Giovanni parla di filiazione, ma il termine ha forse un valore funzionale più che ontologico; non si riferisce alla natura umana che diviene in qualche modo divina, ma al rapporto che scopre di avere con Dio, che non è quello di un dipendente o di un semplice amico ma di un familiare. Rispetto a Dio l’uomo non è un semplice prodot­to delle sue mani ma un frutto del suo amore — come una promanazione dal suo seno — direbbe il quarto evangelista (Gv 1,18).

L’amore di Dio verso l’uomo è senz’altro più profondo e più gran­de di quello di un qualsiasi padre terreno, ma non c’è un riferimento più opportuno per segnalarlo. Per conoscere la dignità del cristiano occorre aver sperimentato la bontà divina ed è per questa carenza che essi sono perseguitati e tacciati come nemici del genere umano.

Essere «figli di Dio» non è solo un titolo onorifico; è anche un titolo oneroso: impone di riprendere e di ripetere i comportamen­ti del padre

Vangelo: «Di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,1-12) Vedi Lectio

Il brano evangelico riporta il credente alla sua condizione terre­stre. La meta ultima è radiosa, ma la via per arrivarvi scomoda, irta di pericoli, di contrasti, di difficoltà, di prove.

Le «beatitudini» erano originariamente un messaggio di con­solazione ai poveri, agli affamati, ai perseguitati; la loro ingiusta si­tuazione doveva finalmente aver fine e subentrare anche per essi la prosperità, la pace. Per la comunità di Matteo il grande annunzio è diventato un invito alla rassegnazione. Non è detto ai poveri di at­tendere la fine imminente della loro indigenza, ma di accettarla e di approfondirne le dimensioni in vista di una migliore ricompensa nei cieli.

L’oracolo di Is 61,1-2 a cui Gesù fa riferimento nel dare inizio alla sua predicazione (cfr. Lc 4,18-22; Mt 11,2-5) fa menzione sem­plicemente ai poveri, insieme ai carcerati, agli schiavi, agli afflitti; Matteo ha preferito parlare dei «poveri in spirito»: un’espressione, in quanto tale, ignota nella tradizione biblica, ma presente in maniera analoga nei Salmi. Qui si parla dei «puri di cuore» ecc. Una costruzione grammaticale ordinata a richiamare l’at­tenzione su parti dell’uomo e sulle rispettive proprietà di cui si rive­stono: la purità, la rettitudine. Si tratta di qualità real­mente possedute, non solo desiderate.

Il povero in spirito non è il ricco che è distaccato affettivamente dai beni che continua a possedere, ma addirittura colui che ha impo­verito tutto il suo essere, che si è spogliato realmente non solo o non tanto dei beni materiali, quanto di se stesso, delle proprie aspirazio­ni, dei propri diritti; tanto più delle sue presunzioni, arroganze.

Il povero di spirito è colui che ha la sua coscienza, il suo intimo (lo spirito) libero da rivendicazioni, pretese; è colui che non si con­trappone agli altri, tanto meno a Dio. Il fariseo è socialmente povero perché non possiede nulla, ma spiritualmente è ricco, è sazio; Dio non ha nulla da offrirgli, da proporgli, e lui nulla da chiedere (Lc 18,9-14). Il pubblicano invece, pur essendo un ricco, non ripone nessuna fidu­cia nei suoi beni e si ritrova davanti a Dio come un mendico.

La comunità che Matteo vagheggia è un insieme di persone po­vere, ma più ancora semplici, umili, miti, misericordiose, capaci di sop­portare insulti, persecuzioni, ma anche le incomprensioni dei propri fratelli. Gesù si è urtato con «i ricchi di spirito» (i farisei), una cate­goria che non si è mai estinta e adesso attenta, forse, alla pace comu­nitaria. Anche i cristiani sono malati di protagonismo, addirittura di presunzione, di arroganza; bisogna che abbassino il loro spirito, si umilino per essere in pace con Dio e con i membri delle comunità.

Conclusione

L’etica biblica è utilitaristica. Il bene trova la sua immediata ri­compensa sulla terra, ma gli autori evangelici hanno elevato la pro­spettiva del credente. Gesù promette una ricompensa lontana, nel mon­do futuro più che in quello presente, le cui sorti rimangono sempre incerte. La ricompensa che il cristiano deve attendere per il suo ap­porto alla costruzione del regno di Dio è nei cieli. Una precisazione che può sempre valere ma non può far perdere di vista che il regno di Dio comincia quaggiù, sulla terra, e consiste innanzitutto nella piena felicità di tutti gli uomini e di tutto l’uomo.